Air

Talkie Walkie

2004 (Virgin) | elettronica, pop

Non è solo la quantità di glucosio a fare la differenza tra la crema e la melassa. È un sottile equilibrio chimico, un dosaggio mirato degli ingredienti. Il duo francese degli Air possiede questa formula magica, che in due parole si potrebbe definire "buon gusto". Anche quando ammiccano al kitsch e all'easy listening, infatti, Nicolas Godin e Jean Benoit Dunckel non affondano mai nel pantano delle banalità, anche solo per merito della straordinaria qualità dei loro arrangiamenti. E anche questo attesissimo "Talkie Walkie", registrato tra Parigi e Los Angeles, non fa eccezione. Ritroviamo le atmosfere da lounge party spaziale, da notti retroglamour senza fine, ma anche le ninnananne oniriche, affogate in melodie dolci e letargiche. Non si può non riconoscere ai due spacemen di Versailles una rara maestria nel combinare moog, sintetizzatori e tutti gli altri loro astrolabi, con strumenti più "umani", dalle chitarre acustiche agli archi, dai fiati al mandolino. Eppure, questa volta, qualcosa non torna.

Il loro cocktail gassoso, che miscela le ballate sexy di Serge Gainsbourg e le melodie di Burt Bacharach e John Barry con la psichedelia cosmica dei Pink Floyd e l'elettronica più sinuosa di Kraftwerk e Jean-Michel Jarre, rischia di evaporarsi in una nuvola di easytronica. Troppe volte, infatti, si ha la sensazione che il duo di Versailles stia semplicemente riciclando all'infinito la stessa idea, che l'accademia abbia preso il posto dell'inventiva. La produzione di Nigel Godrich (già al fianco di Radiohead e Beck) si fa sentire, così come il lavoro dell'arrangiatore orchestrale Michel Colombier, celebre in Francia per aver lavorato a lungo con Serge Gainsbourg. Non ci sono, invece, contributi di vocalist esterni. Rispetto al sogno futurista del Safari Lunare, alle atmosfere cupe del "Giardino delle vergini suicide" (colonna sonora del film di Sofia Coppola) e alle asperità floydiane del precedente "10.000 Hz Legend", tutto è ancora più soffuso e dilatato, come se ci si muovesse su scenari sfumati e indefiniti. E sono venute meno del tutto le pulsazioni soft-house che avevano fatto la fortuna di hit come "Kelly Watch The Stars".

Lo strumento-principe di questo nuovo corso è una sorta di "cantilena spaziale", che gli Air ci propinano ostinatamente dalla prima traccia all'ultima. Nell'iniziale "Venus", la voce dell'altro mondo è avvolta in un tappeto di sintetizzatori e circondata da piano, clap e una tastierina soft. Niente di trascendentale. Più suggestive, semmai, le atmosfere dream-pop della successiva "Cherry Blossom Girl", che è anche il singolo, con tanto di videoclip girato da un regista di film hard e dedicato alla pornostar Tracy Lords. Qui il gusto retrò prende il sopravvento, tra coretti leziosi alla Stereolab, una chitarra acustica, un flauto esotico, suoni sintetici d'antan e varie amenità, incluse voci campionate in stile Art of Noise.

Il gioco delle vocine in loop si rinnova nella successiva "Run", in cui vibrazioni elettriche e tastiere sempre più liquide assecondano una bella sovrapposizione vocale, che cita apertamente i 10cc della storica "I'm Not In Love". Il ticchettio straniante e vagamente "industrial" di "Universal Traveler" non basta a spezzare questa atmosfera rilassata da cocktail lounge al cognac, tra chitarre arpeggiate e cori femminili pruriginosi. Ma è semmai "Mike Mills" la vera impennata del disco, e non solo per la trovata del titolo, ispirato dal regista di video newyorkese che i due dividono con Beck e Beastie Boys: gli Air azzeccano finalmente una melodia di razza, maestosa e avvolgente, oltre a una sonata di piano che incrocia il minimalismo di Wim Mertens e i Sigur Rós più struggenti. Ma è solo un lampo, perché l’andamento dei brani successivi torna a essere decisamente più moconorde.
I Beach Boys si trasformano in astronauti per "Surfing On A Rocket", che al di là della suggestione del titolo, riesce solo a sfoderare un midtempo elettronico senza pretese. "Another Day" è una "Sexy Boy" al ralenti, sprofondata in un vortice di onirismi elettronici. Quindi, c'è spazio per un motivetto da fischiettare ("Alpha Beta Gaga"), tra allegre mandolinate e gorgoglii elettronici, e per la discesa nella tetra vertigine di "Biological", con strali di moog e un altro mandolino, stavolta più teso. Il viaggio ci lascia soli a Kyoto, tra leggere brezze elettroniche, aromi orientali e scrosci di onde ("Alone In Kyoto", il bel brano presente nella colonna sonora del secondo film di Sofia Coppola, "Lost In Translation").

Eccetto "Cherry Blossom Girl", non ci sono potenziali hit, né tantomeno possibili tormentoni da dancefloor. Tutto è molto coeso, ma forse fin troppo uniforme. "Talkie Walkie" è un sottofondo ideale per viaggi notturni in auto o per incontri romantici. Un carillon fatato che inizialmente seduce, alla lunga può annoiare. Gli Air restano due fuoriclasse, ma stanno cominciando a perdere mordente. "Il mondo visto attraverso una coppa di champagne" - come era stata definita la loro arte - rischia di diventare una graziosa sfera di cristallo, nella quale però non si legge più il futuro.

(13/11/2006)



  • Tracklist
  1. Venus
  2. Cherry Blossom Girl
  3. Run
  4. Universal Traveler
  5. Mike Mills
  6. Surfing On A Rocket
  7. Another Day
  8. Alpha Beta Gaga
  9. Biological
  10. Alone In Kyoto
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