Blonde Redhead

Misery Is A Butterfly

2004 (4AD) | pop-rock

I Blonde Redhead sono sicuramente una mosca bianca nel panorama indie americano degli ultimi 10 anni. Newyorkesi per adozione e attitudine (il nome paga pegno alla no wave dei Dna), sin dagli esordi in stile Sonic Youth sotto il marchio (guarda caso) della Smell like records di Steve Shelley, sono stati protagonisti di un percorso musicale che li ha visti nella seconda metà dei 90 scrivere per la Touch And Go importanti capitoli del noise rock: dopo l’ottimo "Fake Can Be Just As Good" (1997) e "In An Expression Of The Inexpressible" (1998), i gemelli Amedeo e Simone Pace e Kazu Makino, ormai assurti al ruolo di cult band, approdano finalmente al loro sesto lavoro in studio dopo quattro anni di silenzio discografico. Questo "Misery Is A Butterfly", che esce per la leggendaria 4AD ed è prodotto dal solito Guy Picciotto, segna il passaggio definitivo alla canzone d’autore, configurandosi come la naturale prosecuzione delle intuizioni del precedente "Melody Of Certain Damaged Lemons" (2000), non a caso il loro disco di maggior successo (che addirittura li ha portati in tour con i Red Hot Chili Peppers).

La proposta musicale del trio italo-nipponico, che aveva i suoi punti di forza in un sound abrasivo dalle perfette geometrie nella migliore tradizione noise-rock, accompagnato da una crescente sensibilità verso la melodia, passando per l’avanguardia venata di elettronica, ha subito una decisa virata verso una forma canzone di stampo cantautorale, debitrice tanto del melodismo francese di Serge Gainsbourg (già omaggiato nell’Ep "Melodie Citronique" del 2001) quanto di quello italico strappacore del nostro Lucio Battisti (sic!). Certe asperità che ancora sopravvivevano nel lavoro precedente vengono del tutto a mancare, in favore di una scrittura lineare che si appoggia soprattutto sulle melodie vocali e sulle progressioni d’accordi; il tutto è sormontato da una produzione che rende il suono dei Blonde Redhead irriconoscibile: se non fosse per certe peculiarità ritmiche (da sempre loro tratto distintivo), per certe progressioni armoniche e per le voci, sembrerebbe quasi di ascoltare un disco di easy listening.

Si comincia infatti con gli arpeggi acustici del singolo radiofonico "Elephant Woman", dal ritmo regolare cadenzato da percussioni afro e dall’arrangiamento orchestrale incentrato sugli archi, il tutto ad accompagnare una malinconica melodia della Makino: l’effetto Sanremo è garantito (siamo sicuri che dietro alla consolle ci sia proprio Guy Picciotto?!). Sotto i suoni ovattati di "Messenger" ritroviamo un tempo sincopato à la "Bipolar" (da "Fake Can Be Just As Good"), con la voce nasale di Amedeo Pace su un classico giro armonico discendente, che verso la fine si produce in un elementare refrain vocale; "Melody" segue più o meno gli stessi cliché, con un organo che la fa da padrone e una chitarra baritono (strumento prediletto dai Blonde Redhead in luogo del basso) in primo piano.

Tra il walzer di "Doll Is Mine" e la classicità orchestrale della title track (guidata da un leitmotiv di piano, suonato da Kazu) si arriva a "Falling Man", uno dei brani più interessanti, che riprende gli stilemi di "In An Expression Of The Inexpressible" ed è impreziosito da imprevedibili guizzi di piano; suggestivo e onirico il vuoto ritmico a metà canzone. Con "Anticipation" lo scenario cambia: le tastiere dominanti danno vita ad atmosfere quasi dream-pop che addirittura potrebbero riportare alla memoria i Cure di metà anni 80. "Maddening Cloud" sembra una riproposizione di "Melody Of Certain Three" dall’album precedente, con cori beatlesiani (!), chitarre acustiche a tutto spiano e una dolente fisarmonica in sottofondo. Dopo il breve interludio di "Magic Mountain" (mellotron e voce, accompagnati da suggestive soluzioni percussive), con "Pink Love", che nella sequenza di accordi ha sapore di vecchia soundtrack, si torna alle soluzioni compositive di inizio disco, seppure qui il suono sia più aspro. "Equus" è un momento di ripresa prima della fine, con sentori new wave di basso e chitarre (Smiths!?!), un ritmo finalmente più concitato e i caratteristici singulti da geisha di Kazu.

La farfalla dei Blonde Redhead, nonostante rappresenti una scelta coraggiosa, non riesce del tutto a librarsi in volo. L’ effetto globale, purtroppo, è stucchevole, anche se non siamo in presenza di un cattivo disco: "Misery Is A Butterfly" è ben scritto e arrangiato.
Non si mette in dubbio l’onestà della loro proposta e della loro visione artistica, il talento è intatto, e le esibizioni dal vivo del trio (in cui i nuovi brani in versione naked guadagnano in impatto) lo provano. In questo caso il giudizio finale va lasciato all’ascoltatore; resta comunque un senso di straniamento e smarrimento di fronte a questo disco, distante anni luce dai fasti noise di "Fake Can Be Just As Good" ma, misteriosamente, suo "naturale" successore.

(24/11/2006)

  • Tracklist
  1. Elephant Woman
  2. Messenger
  3. Melody
  4. Doll Is Mine
  5. Misery Is A Butterfly
  6. Falling Man
  7. Anticipation
  8. Maddening Cloud
  9. Magic Mountain
  10. Pink Love
  11. Equus
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