Blues Explosion

Damage

2004 (Sanctuary Records) | garage-blues

Sono lontani i tempi, ormai un ventennio addietro, in cui Jon Spencer si affacciava sulla scena indie-rock statunitense con la sua prima pallida creatura, i Pussy Galore. Terzetto di maniaco-depressi, facevano ciò che rimaneva loro più congeniale e pure largamente in anticipo sui tempi, ossia vomitare riff putridi su sconclusionati accenni di ritmi percussivi; roba da fare impallidire stelle della scena "alternative" odierna, come quel Jack White (White Stripes) che all'epoca era praticamente un bambino.
Torna dicevamo, Jon Spencer, e lo fa con una dichiarazione d'intenti, ossia omettendo il proprio nome dalla ragione sociale della band, a sottolineare l'unità e l'assoluta democrazia che regna ora tra i componenti, come ha avuto modo di confermare in una recente intervista. Sono scomparse le asperità e la ruvidezza che contraddistinguevano i lavori precedenti: potremo definire questo un disco concepito, per certi versi, con una mentalità da scultore, quindi con un approccio più teso a sottrarre che ad aggiungere, più votato alla esclusione di materia che alla somma della stessa, un sincretismo musicale al contrario.

Ma se questo discorso può reggere per ciò che concerne l'aspetto stilistico-musicale, non può ritenersi valido per quanto riguarda la confezione e l'imballaggio del materiale in studio; infatti questa volta l'ex signor "Hog" ha richiamato alla sua corte il gotha della produzione internazionale: Steve Jordan, Dan The Automator, David Holmes, DJ Shadow, Alan Moulder (My Bloody Valentine, Jesus And Mary Chain, Nine Inch Nails, tra gli altri) volendo investire, per sua stessa ammissione, "un sacco di soldi" in fase di produzione, contravvenendo per questa volta, alla sua rigida disciplina di "self made producer".

La data di Milano della sua tournée ha in parte confermato questa deriva nel make-up estetico delle nuove composizioni, ma la spina dorsale, la struttura, o meglio la destrutturazione delle stesse, è sempre soggetta a quella furia iconoclasta che ha sempre aleggiato sulle produzioni del marchio Explosion.

"Damage", comunque, è un disco di pregevole fattura, dal quale emergono alcune composizioni su altre: è il caso di "Crunchy", dove i nostri fanno il verso ai Dandy Warhols più graffianti e sporchi, o di "Blowin My Mind" in cui sembra di presenziare a una session notturna di "Electric Ladyland", dove Jimi Hendrix raccoglieva i primi sconvolti che passavano sotto gli studi e li invitava a salire per fare un po' di casino.
"Burn It Off" nasce dal disagio di vivere negli Stati Uniti oggi, ma anche, in senso più ampio, dalla rabbia e dalla frustrazione per accadimenti su cui non possiamo avere il controllo. "Mars, Arizona" suona dannatamente Stones, con quell'ingenuo incedere in 4/4 che però gli conferisce quell'aura di geniale semplicità che soltanto uno come il rocker di Akron è maestro a non far scadere in banalità.

Dalle patrie galere, l'inceppatissima "macchina del sesso" James Brown rivendica la paternità di quel funky malato venato di punk che corrisponde al nome di "Fed Up And Low Down", mentre con "Rattling" siamo dalle parti di "Graceland", con un Elvis ultimo periodo, sfatto e rincoglionito dalla mistura micidiale di alcool e droghe, che si rotola goffamente su di un tappeto sonoro imbastito con pregevoli tessuti "setzeriani".

Anche questa volta è andata per Mr. Spencer, però voci maligne dei soliti noti nel circuito musicale indipendente a stelle e strisce vogliono far credere che l'ex Boss Hog abbia ormai esaurito la sua vena creativa e sia irreversibilmente condannato al tramonto. Ma, si sa, l'essere umano ha innato in sé quel qualcosa di dannatamente perverso... E' proprio come diceva il vecchio Gavin Friday "Each man kills the thing he loves".

(24/11/2006)

  • Tracklist
  1. Damage
  2. Burn it Off
  3. Spoiled
  4. Crunchy
  5. Hot Gossip
  6. Mars, Arizona
  7. You Been My Baby
  8. Rivals
  9. Help These Blues
  10. Fed Up and Low Down
  11. Rattling
  12. Blowing my mind
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