" E'
una cosa notevole…essere stato guidato e influenzato per tutta la mia vita dal
lavoro di un solo uomo. Nonostante io accetti che è stato sempre la chiave di
volta alla base della mia musica, ancora oggi non lo considererei come
un'ossessione, al contrario, preferisco pensarlo come un punto di riferimento
attorno al quale navigare ogni volta che sento di stare andando alla deriva
". A parlare è la leggendaria chitarra dei Cream, Eric Clapton, e l'uomo in
questione è un altrettanto leggendario chitarrista blues, Robert Johnson.
Nessuno,
meglio di Clapton stesso, potrebbe introdurre, con parole semplici e concise, il
nuovo disco di Slowhand, "Me and Mr. Johnson".
La storia è antica
e ben nota, tanto da essere sfumata ormai quasi nel mito. Robert Johnson, nella
sua breve vita, ha il tempo di organizzare soltanto due sedute di registrazione:
la prima a San Antonio, nel novembre del 1936 e la seconda a Dallas, nel giugno
del 1937. Prima di morire avvelenato, nel 1938 a 27 anni, Johnson registra un
totale di 29 brani che influenzeranno, nonostante il numero limitato, intere
generazioni di esponenti del blues rurale e urbano.
Sono proprio queste
generazioni di musicisti, legati indissolubilmente alla "musica del diavolo",
che rendono famose le sue poche, ma eccellenti canzoni.
I Cream
riprendono "Cross Road Blues" e "From Four Until Late", i Rolling Stones "Love In Vain",
i Blues Brothers l'ormai inconfondibile "Sweet Home Chicago" e i Led Zeppelin "Traveling Riverside
Blues". Se non volete affidarvi alle cover, allora basta procurarsi "The
Complete Recordings" (Cbs, 1990) che contiene praticamente tutto quello che
Robert Johnson ha registrato fino alla sua morte.
Abbandonati Cream, Blind
Faith e Derek and the Dominos, Eric Clapton si incammina per la sua strada da
solista a partire dal 1970 con il disco "Eric Clapton".
Robert Johnson e il
blues rimangono una costante fonte d'ispirazione per la sua chitarra, ma Clapton
se ne va, spesso e volentieri, per sentieri musicali alternativi, miscelando la
"musica del diavolo" con il reggae di "I Shot The Sheriff", il soul di "Hard
Times" e, soprattutto nell'ultima parte della sua discografia, con un pop sempre
più addomesticato. Sono pochi, in realtà, i suoi lavori prettamente blues e
alcuni di questi sono raccolte di brani registrati prima della sua carriera
solista.
Oltre, infatti, alla monumentale raccolta "Crossroads" (Polydor,
1988) e all'ottimo "Blues" (Polydor, 1999), Clapton pubblica solo due dischi di
materiale originale.
Nel periodo di maggiori critiche per il suo progressivo
imborghesimento, pubblica il sanguigno e rustico "From the Cradle" (WB, 1994)
che verrà seguito nel 2000 dal progetto con B.B.King, "Riding With The King"
(Reprise, 2000). Un po' poco per uno che il blues lo mastica da una
vita.
Ecco, allora, che "Me and Mr. Johnson" arriva quasi come un
qualcosa di dovuto, sia agli appassionati del blues (e di Clapton), che a uno
dei più importanti di quegli artisti che, per primi, ne hanno predicato il
simbolismo e l'intensità.
Il primo aspetto di questo disco che salta
immediatamente alle orecchie è che siamo di fronte a un gruppo di ottimi
musicisti. Fin dai primi accordi di "When You Got A Good Friend", si capisce che
Clapton si è fidato di compagni di viaggio esperti e competenti: stupirebbe, in
realtà, il contrario. Steve Gadd (batteria), il fido Nathan East (basso) e Andy
Fairweather Low (chitarra), insieme al piano di Billy Preston e all'armonica di
Jerry Portnoy, formano una squadra pressoché imbattibile. Bisogna, inoltre,
ammettere che "Slowhand" è in grandissima forma anche per quanto riguarda la
voce, che sembra ringiovanita almeno di una decina d'anni.
La più
sonnolenta "Little Queen Of Spades" conferma quello che sembra, a tutti gli
effetti, un grandissimo album. Alla lunga, tuttavia, "Me and Mr. Johnson"
ricorda un po' quelle grandissime squadre di calcio, imbottite di stelle di
prima grandezza, ma, alla prova sul campo, claudicanti e incapaci di dare vero
spettacolo. Non che questo disco alla fine capitoli, ma resta il dubbio di una
partita vinta di misura e sufficienza, con rari spunti di classe
vera.
Ascoltando "Me And The Devil Blues", "Kind Hearted Woman Blues" e
"If I Had Possession Over Judgement Day", si ha la netta impressione di avere
nelle orecchie un suono già ascoltato prima: precisamente, una fotocopia di
"From The Cradle".
Molto più gustosi, invece, il piano barrelhouse di
"They're Red Hot", il boogie di "Stop Breakin' Down", il Delta di "Come On In My
Kitchen" e la versione di "Traveling Riverside Blues", meno alcolica, ma più
fedele di quella dei Led Zeppelin.
Concluso l'ultimo secondo di "Hell
Hound On My Trail", si ripone il cd nella custodia con un discreto senso di
appagamento: "Me And Mr.Johnson" è un onesto e sentito omaggio alla leggenda. Ma
è probabile che chi ascolta questo disco senza aver mai sentito parlare di un
certo Robert Johnson, alla fine, ne uscirà convinto che, in fondo, leggendario
non lo era poi così tanto.


