cLOUDDEAD

Ten

2004 (Big Dada) | hip-hop

Nel momento in cui scrivo, quell'entità ultraterrena chiamata cLOUDDEAD non esiste più come tale, ma vive dissolvendosi e trovando altre forme, altre vie; i tre musicisti di Cincinnati torneranno a collaborare in occasione di nuovi lavori dei loro progetti (non più) paralleli.
Non avremmo mai potuto immaginare un congedo migliore di questo: "Ten" rappresenta un punto di arrivo per il progetto cLOUDDEAD e un punto di partenza per tutto l'underground hip-hop di domani.

Vera e propria pietra miliare di un non-genere, il disco spiazza e non poco, racchiudendo tanti e tali spiriti musicali che aleggiano rincorrendosi senza sosta, sfumando l'uno nell'altro continuamente.
Esempio perfetto di questo discorso è "Pop Song", brano d'apertura, dall'incedere sghembo e ultrafreak, ove la coesione tra le anime dei tre artefici è totale; le liriche di "Doseone" e "Why?", sempre più elaborate e stratificate, ricordano molto le polifonie canore dei Beach Boys applicate all'hip hop e l'impalcatura sonora creata da Odd Nosdam dimostra quanto il ragazzo sia cresciuto negli ultimi anni, affinando i beat (davvero geniali) e creando atmosfere spesso e volentieri psichedeliche.

In effetti, già il debutto poteva vantare un approccio psichedelico alla materia dell'hip hop (se non inedito, quantomeno coraggioso), ma la differenza sostanziale tra esso e il nuovo "Ten" è l'oscurità totale del primo rispetto al secondo: "Ten" pare più una luce che si accende a intermittenza, un'irresistibile sovrapposizione di chiaro e di scuro.
Più accessibile del precedente, "Ten" non è in realtà il disco pop del trio: il disegno sottostante al progetto mostra i propri tratti distintivi dopo diversi ascolti, apparendo più come una contaminazione involontaria a cui i tre sono stati esposti dopo i vari impegni con i progetti paralleli che li hanno visti partecipi (tutti di grande valore, a tratti di devastante spessore, vedi Hymie's Basement).

Succede così di ascoltare "Dead Dogs Two" e chiedersi se siano proprio i cLOUDDEAD gli autori del disco che stiamo ascoltando: rimaniamo accecati da tale splendore, da questa obliqua propensione alla semplicità e alla cantabilità tipica dei migliori brani Pop (P necessariamente maiuscola, ascoltare per credere).

Si potrebbe pensare che le nuvole purpuree presenti sulla cover di "cLOUDDEAD" siano solo un lontano ricordo, ma si fallirebbe di certo; la stessa nebbia viola è presente, pressante, ma nascosta dietro sonorità nuove, come in "Son Of A Gun", decadente nell'incedere, contraddistinta da cambi di ritmo che ne esaltano la staticità, funzionale al mood della composizione.
"Ten" spiazza di continuo, facendo perdere la traccia del sentiero e facendo intendere che, forse, il sentiero non c'è e non è mai esistito e portandoci a sospettare che l'intento di "Why?", "Doseone" e "Odd Nosdam" fosse proprio quello di sprofondare in quelle nuvole violacee per poi riemergere, altrove, lontano da dove li avevamo lasciati.

Non sarà affatto facile fare a meno di loro e il motivo è presto detto: la loro imprevedibile genialità stava nel saper rendere accessibile un fluire oscuro di sensazioni, proposte usando il verbo dell'hip hop, poco popolare verso certe schiere di ascoltatori.
Molti si sono dovuti ricredere, conquistati da parole a cui forse non hanno mai prestato reale attenzione, focalizzandosi sul suono (i timbri vocali di "Why?" e "Doseone" e le metriche dei testi non hanno nulla di conforme agli standard hip hop) e tralasciando i significati delle stesse, quantomeno singolari e affascinanti.
Certo è che il magnetico fascino di "Ten" rimarrà: ogni ascolto sarà come sale su una ferita aperta. Abbiamo tutti una band da piangere: io ho trovato la mia.

(06/12/2006)

  • Tracklist
  1. Pop Song
  2. The Teen Keen Skip
  3. Rhymer's Only Room
  4. The Velvet Ant
  5. Son Of A Gun
  6. Rifle Eyes
  7. Dead Dogs Two
  8. 3 Twenty
  9. Physics Of A Unicycle
  10. Our Name


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