Possiamo ragionevolmente pensare che nel 2004 il glam rock possa
ancora avere un significativo seguito di pubblico? E ancora, che in un imperante
contesto di "anonimi" indie-rockers di jeans e t-shirt vestiti, si aggiri
indisturbato un truccatissimo figuro agghindato di lustrini e pailettes? In un
panorama musicale indipendente nel quale i movimenti musicali sono per lo più
un’invenzione dei media, in cui ogni artista corre ormai per sé stesso
centrifugando generi musicali sideralmente distanti fra loro, non potremmo
nemmeno concludere che tra le finalità del personaggio Bobby Conn via sia un
intento meramente "trasgressivo", perlopiù già metabolizzato dalla Gran Bretagna
di inizio anni Settanta, quella per intenderci dei Roxy Music, dei Cockney Rebel, dei
T-Rex, degli americani anomali che rispondono al nome di Sparks ed, ovviamente,
di Mr. Ziggy
Stardust.
Il fatto è che qui stiamo parlando di un americano
"doc", e persino di un americano di Chicago, la stessa città che ha visto
esplodere lo sperimentalismo obliquo dei Gastr del Sol, che ha saputo
riconoscere e consacrare il genio di Jim O’Rourke e l’inarrivabile talento di
John Mc Entire, capace tanto di creare opere post rock definitive con i Tortoise, quanto il più easy e
raffinato dei pop possibili con i The Sea and Cake. Già... John Mc Entire,
ovvero il nume tutelare di glamorous Bobby, personaggio che, a guardarlo, sembra
piovuto da chissà quale galassia, come una meteora caduta fuori tempo massimo. A
qualcuno potrebbe sorgere il dubbio che quella di Bobby Conn possa essere
un’operazione di pedissequo recupero del passato, sia a livello d’immagine che
di stile musicale, ma vorremmo fugare, da qui in poi, ogni possibile perplessità
al riguardo. Di certo, non ci troviamo di fronte a un blando esercizio
stilistico, ma a un complesso intrecciarsi di contaminazioni che rendono il
Nostro un caso unico nel (sin troppo?) composito scenario del rock odierno.
Innanzitutto le liriche, che gridano "qui e ora" l’ipocrisia
dell’America di Bush che combatte sanguinose guerre in nome della Pace: denuncia
ben delineata tanto nell’introduttiva "We Come In Peace" ("God's on our side /
We know we're right...") che in "We’re Taking Over The World", la cui aria di
disincantata amarezza si respira già dal titolo; poi il lussureggiante "Kitsch
Mood", che prende il via con l’istrionico incedere harleyano, e quindi
smaccatamente glam, dell’introduttiva e già citata "We Come In Peace", passa con
noncuranza all’indolente hard rock in Alice Cooper style della successiva title
track, e approda senza danni fra i remoti lidi di una sorta di "soft funky
disco" con la traccia conclusiva "Ordinary Violence", fra le cui note pare
persino aggirarsi l’anima dolorosa del Gino Vannelli prima maniera. "Homeland" è
caratterizzato anche da prepotenti razzie nei territori della black music anni
Settanta, quella che potrebbe appartenere agli Earth Wind and Fire, come nel
caso di "Relax",brano nel quale Conn si getta in un falsetto funky che rimanda
direttamente non già al Bowie fagocitato dalla soul music di "Young Americans",
quanto a un "possibile" Marc Bolan che avesse deciso di cimentarsi in analoghi
percorsi.
All’interno di un album che, statene certi, vi terrà ben
attaccati con le orecchie al lettore, non si può tuttavia ignorare che le
canzoni, tutte mediamente assai ispirate, non solo scontano, come è ovvio,
l’humus glam dal quale provengono, ma anche le direttrici che Conn aveva
già tracciato con i suoi precedenti lavori, in particolare con "Rise Up!" che
resta tuttora il suo inarrivato capolavoro. Questi sono forse gli unici aspetti
"non positivi" di un disco che rimane comunque di caratura superiore,
soprattutto se pensiamo alla sua sfrontatezza e alla paradossale attualità del
risultato finale.
Una menzione speciale, infine, per la cristallina e
affatto invadente produzione di John Mc Entire e, dulcis in fundo, per i Glass
Gypsies, la band che accompagna Conn, composta da musicisti di livello assoluto
che riescono egregiamente nell’impresa di tenere insieme glam, pop, hard-rock e funky, e nel contempo di
assecondare gli articolati capricci del vocalist, ora bizzarri, ora drammatici,
ma mai banali : per tutto questo, non poteva esserci corollario migliore.


