Fennesz

Venice

2004 (Touch) | glitch

Una superficie equorea, instabile, ora compatta e densa, ora rarefatta e disturbata da fruscii e fritture: l'opera materializzata da intricati soundscape e droni ipnagogici di Christian Fennesz, il mago austriaco del guitar-processing, è di una tale astrattezza che risulta difficile descrivere le suggestioni da essa evocate. Il contesto musicale, prima facie intraducibile e artefatto, svela il suo reale sostrato solo quando un suono diventa riconducibile all'esperienza umana del "comune sentire" e l'ascoltatore può riconoscerne l'origine, per così dire, "naturale", celebrando l'aspirazione concettuale di questo ambizioso lavoro: l'esplorazione del rapporto tra analogico e digitale attraverso il mascheramento, la dissimulazione e la trasformazione di quanto è udibile in realtà.

Dalla banale chitarra Fennesz estrae l'anima, insospettabile e sorprendente, cristallizzata nella commuovente e maestosa purezza degli armonici. E' un'alchimia che seleziona frequenze, le raffina, le distilla, ne spreme gocce che esplodono un'aurora stratificata di minuscoli, crepitanti frammenti tagliati e incollati.
L'intuizione non è del tutto nuova, dal momento che l'estetica della distillazione delle risonanze è stata sperimentata fin dagli anni 70 (utilizzando nastri magnetici anziché computer, ovviamente), ma questa chimica del suono assume in Fennesz un senso più profondo nel momento in cui questi esibisce con impudicizia la sorgente analogica dei sample impiegati e, tra le smagliature e le screpolature del tessuto musicale collassante, avviene - è qui la geniale intuizione - l'epifania prodigiosa dell'attimo di ambiguo equilibrio in cui il suono si trasmuta nella risultante della sua manipolazione.

In "The Other Face", ad esempio, una pioggia vorticosa e crepitante di rumore organico sul finire si rivela sfacciatamente per il semplice sample-loop di una voce umana, rielaborato per camuffare la sua natura e filtrato per estrarne l'essenza. Che il manifesto estetico di Fennesz sia dunque quello di raggiungere l'astrattezza attraverso la trasmutazione della realtà è declamato da una traccia come "Laguna" (dove si affianca anche Burkhard Stangl), in cui la materia creata dalle mani dell'uomo (accordi e arpeggi) viene mostrata allo stato grezzo, prima della metamorfosi operata dalle macchine.
"Chateau Rouge" rende invece particolarmente onore al titolo dell'album: il ritmo quasi impercettibile che le sottende pare il dolce rumore sordo e percussivo del mare che colpisce la chiglia di una barca, tra schizzi e sciabordii sintetizzati. L'impressione è quella che possa trattarsi di un field recording elaborato attraverso misteriosi itinerari digitali (ma sarebbe forse troppo bello per essere vero).

Il drone chitarristico di "Circassian" produce onde concentriche immerse in una cattedrale di riverbero, come se "Psychocandy" dei Jesus and Mary Chain venisse pompato dentro un organo a canne. Si sente lo strumming, lontano e attutito, in fondo all'oceano degli armonici filtrati dal laptop: una fotografia sovraesposta del puro suono della chitarra, che è anche il momento più toccante dell'album. Allo stesso droning tende anche "The Stone Of Impermanence", proiettando frequenze infiammate in ogni angolo dello spettro sonoro, con esiti timbricamente abrasivi.
Altri brani, meno magniloquenti, sono composti da instabili e sibilanti frequenze di risonanza deturpate da disturbi e sfrigolii, sempre in bilico tra l'esplosione e lo spegnimento.

Menzione a parte merita il crooning di David Sylvian su "Transit", che pare in tutto e per tutto un out-take di "Blemish"; splendido brano che conferma le nostre impressioni riguardo al fatto che l'ingerenza stilistica di Fennesz sull'ultimo lavoro della storica voce dei Japan vada ben oltre quanto indicato nei credits.

Un disco di elegante ermetismo, astratto ma serenamente lontano dalle visioni plumbee di certa elettronica isolazionista, che va assimilato attraverso ripetuti ascolti a volume molto sostenuto, affinché possa risuonare in tutta la sua pienezza.

(13/12/2006)

  • Tracklist
  1. Rivers of Sand
  2. Château Rouge
  3. City Of Light
  4. Onsra
  5. Circassian
  6. Onsay
  7. The Other Face
  8. Transit
  9. The Point Of It All
  10. Laguna
  11. Asusu
  12. The Stone Of Impermanence
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