Peter Hammill

Incoherence

2004 (Fie) | prog-rock

Peter Hammill ha una discografia enorme e viaggia tutt'ora alla media di quasi un disco all'anno ed è titolare, da solista, di alcuni dischi splendidi e di altri molto buoni, quasi tutti a inizio carriera. Poi, il passare delle mode, una certa stasi creativa, molti dischi onesti e poco più; un' immagine e una coerenza inattaccabili, una serietà ammirevole e profonda, indubbiamente, ma di dischi rilevanti negli ultimi anni direi nessuno. Peter Hammill interessa ormai pochi irriducibili anche nell'ambito degli appassionati del progressive, insomma se lo filano ormai in pochi e non senza qualche ragione. O meglio, forse se lo filavano in pochi. Non so, forse la notizia dell'infarto (auguri sinceri), forse la notizia che il nuovo disco è una suite, forse semplicemente perché è un bel disco ma il nome ha ripreso forza e vigore, opinioni positive da varie parti su questo "Incoherence", buona la distribuzione (l'ho visto persino in un centro commerciale), non che me lo aspetti al Festivalbar (ci mancherebbe), ma ultimamente si nota una ripresa di interesse.
Per questo, dopo alcuni anno nei quali l'ho ignorato (colpevolmente?), mi sono riavvicinato e ho comprato questa sua ultima produzione. Rimanendone colpito.

Formazione ai minimi termini con PH alla voce, tastiere e chitarra e due vecchi amici come Stuart Gordon al violino e David Jackson al sax e flauto. Una suite, si diceva, divisa in 14 parti. Il line up ristretto non faccia pensare a digressioni minimaliste, il disco gode infatti di un impatto sonoro pieno e vigoroso con tutti gli elementi tipici della poetica di Hammill, supportati da una ritrovata carica creativa e inventiva. Tipico l'alternarsi di stasi liriche, supportate dal pianoforte, di malinconica inquietudine, piene di dolcezza e di mal di vivere, alternate a sfuriate rabbiose e nevrotiche; tipica la vocalità di Hammill, epicentro come sempre dell'intero lavoro, tra spigolose esplosioni tenorili e soffusioni colme di tristezza. Preziosissimo, poi l'apporto di sax, flauto e violino nel dilatare uno spazio musicale altrimenti un po’ angusto. Non mancano alcune parti discutibili in cui la musica stenta a decollare, ma non intaccano un disco luccicante, di indubbia ricchezza espressiva e musicale, che unisce l'urgenza e la secchezza di certa new wave esistenziale, la ricercatezza del progressive e l'intensità di un Tim Buckley.

Non un capolavoro, ma un piccolo gioiello di sensibilità emozionale in tempi di grande aridità. Il più bel disco di Peter Hammill dai tempi di "Enter K" del 1982. Un autore ritrovato. Ma forse eravamo noi a esserci persi.

(15/12/2006)

  • Tracklist
  1. When Language Corrodes
  2. Babel
  3. Logodaedalus
  4. Like Perfume
  5. Your Word
  6. Always And A Day
  7. Cretans Always Lie
  8. All Greek
  9. Call That A Conversation?
  10. The Meanings Changed
  11. Converse
  12. Gone Ahead
  13. Power Of Speech
  14. If Language Explodes
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