PJ Harvey

Uh Hu Her

2004 (Island/Universal) | songwriter

Polly Jean Harvey si è sempre mossa su un crinale sottile: di qua i tormenti sinceri dell’artista, di là le pose da punkette pseudo-alternativa, buone per finire nei libri di Isabella Santacroce e nei diari delle teenager in cerca di trasgressioni a buon mercato. Nonostante almeno tre ottimi album al suo attivo ("Dry", "Rid Of Me" e "Is This Desire?"), la cantautrice inglese non è mai riuscita a dissipare del tutto questo velo di ambiguità che tanto fa storcere il naso ai rocker duri e puri. In realtà, se il suo personaggio è rimasto spesso intrappolato nel cliché della riot girl da rotocalco, la sua musica si è evoluta, seguendo due direttrici apparentemente contrapposte: la ricerca di timbri più pesantemente elettronici ("Is This Desire?") e il recupero di un songwriting "classico", costruito sul formato della ballata chitarristica ("Stories From The City, Stories From The Sea"). Forse non convinta del tutto di entrambe le opzioni, PJ Harvey ha deciso ora di tornare all'antico, con un disco di crudo folk-blues che rimanda direttamente ai suoni minimali dell'esordio "Dry".

Bisogna dare atto a Harvey di aver cercato di intraprendere una via più personale e coraggiosa, rinunciando allo stuolo di collaboratori (da John Parish a Steve Albini) che aveva accompagnato le sue precedenti produzioni. Ha voluto fare tutto da sola -composizione, produzione, registrazione, missaggio - e ha suonato tutti gli strumenti, con il solo aiuto di Head come assistente al mixing e di Rob Ellis per l'esecuzione delle parti di batteria e percussioni. Ne è scaturito un disco di demo (la stessa PJ ha ammesso di aver voluto conservare le registrazioni iniziali), ma sufficientemente curati da sembrare un prodotto finito. Una raccolta di confessioni in lo-fi, tenute assieme soprattutto dalla voce di Polly Jean, assurta ormai a un livello di maturità espressiva ragguardevole, e da un inconsueto mix di strumenti acustici ed elettronici (tradizionali inglesi, africani e dell'Europa orientale).

"Uh Huh Her" è un disco sull'amore e sulla disillusione, attraversato da una vena rabbiosa che si manifesta più in un livore languido (le sommesse rimostranze di "Shame", le minacce sussurrate in "The Pocket Knife") che nelle scenate a luci rosse di un tempo (anche se la vecchia ninfomania torna ogni tanto ad assalire PJ, come in quel "Take the cap/ Off your pen/ Wet the envelope/ Lick and lick it" di "The Letter" che non lascia molto spazio alle interpretazioni).
Dichiaratamente "grezzo" fin dal titolo (il grugnito onomatopeico "uh huh her"), l'album ha però fatto tesoro di alcune intuizioni dei lavori che l'hanno preceduto. È innegabile soprattutto il progresso di Harvey come musicista-strumentista; la chitarra non è più l'unica arma a sua disposizione: "It's You", ad esempio, sfoggia un bel giro di pianoforte, "Shame" un delicato sottofondo d'organo, "The Slow Drug" pulsazioni trip-hop di synth nel solco di "Is This Desire?" mentre "You Come Through" evoca persino scenari esotici, con i suoi tribalismi africani di xilofono e tastiere.

Ma non attendetevi straordinarie novità da questo disco. La strada maestra, infatti, è quella già ampiamente battuta nei precedenti lavori: un alternarsi di slanci viscerali e ballate dolenti, all'interno delle dodici battute del blues. Ed è una blues-girl di razza quella che intona l'iniziale "The Life And Death Of Mr Badmouth", propulsa da un riff ossessivo di chitarra. La rockeuse che fa la voce grossa c'è ancora, ed è la protagonista di due degli episodi migliori della raccolta: l'hardcore smargiasso di "Who The Fuck?", lacerato dal canto distorto di Polly Jean e da tre-quattro riff al fulmicotone, e il vigoroso singolo "The Letter", quello che con "Cat On the Wall" sembra più legato all'esperienza "stoner" delle "Desert Sessions" di Josh Homme, alle quali Harvey ha recentemente partecipato. Un'accoppiata che basterebbe da sola a mettere al tappeto tante Courtney Love dell'attuale arena rock.

Più spesso, però, Polly Jean preferisce scivolare su un registro dimesso, imbracciando la sua chitarra acustica ("The Desperate Kingdom of Love", lieve e austera al contempo, e "The Pocket Knife", trait d’union con il folk-rock di "Stories From The City, Stories From The Sea"), oppure tratteggiando scarne ballate come "The End" (dedicata all'attore e musicista Vincent Gallo), "The Darker Days Of Me & Him", mesta elegia sul dopo-separazione ("I'll pick up the pieces/ I'll carry on somehow") e "No Child Of Mine", in cui il fantasma di Patti Smith riappare due volte (vista anche la somiglianza con la sua "Ghost Dance"...). Una sequenza non priva d’interesse, ma forse troppo lunga per l’armamentario melodico di cui può oggi disporre la dark lady del Dorset.

I testi sono, al solito, impregnati di un lirismo noir alla Cave, sublimato nella "minaccia" di "The Pocket Knife": "Please don't make my wedding dress/ I'm too young to marry yet/ Can you see my pocket knife?/ You can't make me be a wife". Ma non mancano momenti di autocoscienza tanto intimi da risultare quasi imbarazzanti, come in "The Darker Days Of Me and Him," dove Harvey sogna una terra con "No neurosis/ No psychosis/ No psychoanalysis/ And no sadness", o in "You Come Through", dove, nelle brume della desolazione, filtra un raggio di speranza: "Stiamo aspettando l’estate/ Il sole ci restituirà dei tesori, tesori per noi/ Dai, amico mio/ Brindiamo ai tempi passati/ Ai magnifici desideri/ Per la tua e la mia salute/ Questa vacanza mi risolleverà/ Ti porterò, ti porterò con me...".

"Uh Huh Her" è un'istantanea realista dell'attuale Polly Jean, come lascia intuire anche la copertina, che la ritrae in primo piano, inquieta e stanca, nel sedile di una macchina buia. Niente più trucchi, dunque, ma solo la riproposizione di un songwriting un po' autoreferenziale, che forse ha il solo torto di aver creato assuefazione nell'ascoltatore. Quello che disturba di più, semmai, è la pervicacia con cui Harvey continua a emulare Patti Smith disconoscendola poi in pubblico. Come se gli Oasis dichiarassero che i Beatles erano quattro camerieri di Amburgo dai quali non hanno mai avuto il piacere di farsi servire a tavola. Ma forse è solo l'ultima spacconata di una ex riot girl.

(18/12/2006)



  • Tracklist
  1. Life And Death Of Mr. Badmouth
  2. Shame
  3. Who The Fuck?
  4. Pocket Knife
  5. Letter
  6. Slow Drug
  7. No Child Of Mine
  8. Cat On The Wall
  9. You Come Through
  10. It's You
  11. End
  12. Desperate Kingdom Of Love
  13. Darker Days Of Me & Him

 

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