Interpol

Antics

2004 (Labels) | wave

Anno domini 2004. Luci splendenti illuminano (ancora) NYC, inondando con fasci di neon quelli che appariranno, al trafelato passante della più fica Avenue di Manhattan, poco più che dei ferrivecchi. I legittimi proprietari assegnano alle loro luccicanti chincaglierie in fragoroso chiaroscuro l'appellativo di "antics". Buffonate, insomma. E' il caso di prenderli alla lettera? Vediamo.

Paul Banks ha un bel viso levigato da ragazzino, incorniciato in una rassicurante capigliatura sixties, ma ha gli occhi di chi ne sa già parecchio, di chi insomma è già aduso alla penombra, al silenzio, al (chiaro)scuro di stanze e di vicoli, senza nessuna fretta d'apparire (vero Signor Casablancas/Strokes, spesso citato a sproposito come modello quando si parla della "new New York" musicale?). Appunto. Invece noi, famelici consumatori di seriali e surgelate next big thing ci siamo abituati sin troppo in fretta a lui, all'indolenza della sua voce, al punto che la nostra superiore pigrizia ci ha portato a dire, all'indomani di "Turn On The Bright Lights" che sì, il ragazzo è bravo, ma, ahimé, canta esattamente come Ian Curtis.

Già, ammettiamolo, noi siamo un po' come quegli investigatori d'accatto che dalla calligrafia pretendono di risalire all'autore dello scritto, ci riteniamo talmente abili da non dover neppure prenderci la briga di leggere. Coi nostri ultra-collaudati metodi, abbiamo avuto buon gioco a riconoscere in quell'estetica le rotonde melodie di basso di Peter Hook, e in quelle chitarre veloci e arpeggiate le familiari grida da crepuscolo provenienti direttamente dal millenovecentosettantanove (anno più, anno meno, e vi risparmio i soliti accostamenti).

Ci siamo fermati senza nemmeno sentire il bisogno di leggerlo quel fottuto scritto, confortati dal fatto che sui quattro ragazzotti meglio imbellettati di New York si riversavano nel frattempo ettolitri di inchiostro monotematico, tutto rigorosamente nero, che prendeva forma nei soliti noti "Joy/ Furs/Bunnymen/Smiths"... La battuta di caccia era aperta, e ogni recensione aveva di nuovo solo il nome della "new entry" pescata dal comune catalogo delle scopiazzature. Ma intanto i mesi passavano, e i Nostri vendevano dischi, e suonavano, e vendevano, e così via, per due-anni-due. Ci s'insinuò un dubbio: possibile che siano tutti ammattiti, in giro per il globo? E questo si chiedevano anche i soloni dell'indie pensiero. Così l'ultima spiaggia dell'evidenza, l'ultima sentenza, fu quasi logica: "Comunque, vedrete, dopo questo disco nessuno più parlerà di loro". Estremo, risibile tentativo di salvarsi la pelle.

Comevolevasidimostrare, dopo ventiquattro mesi siamo ancora qui attorno a un tavolo, con l'esercito di allora, che perse pezzi cammin facendo sotto i colpi di corposi contenuti e non di aria fritta, pronto a ricompattarsi attorno alla Nuova Verità: "Antics" è una scialba ripetizione del fortunato esordio, che ruffiani gli Interpol! Ma la buffonata non è tale se non si fa beffe di qualcuno, e alla fine a divertirsi è sempre il ciuffone ciondolante di Carlos D, quello che suona il basso rasoterra e che stavolta tira a lucido il suo vestito più bello per raccontarci, assieme ai suoi compari, che gli Interpol non sono affatto gli stessi di due anni fa, che si è affinato loro il palato, e con esso la capacità di farci gustare puliti ricami melodici che dal buio disperato di "Turn On the Bright Lights" ci conducono alla struggente e melanconica penombra di "Antics".

Il nuovo album è senza dubbio meglio prodotto del precedente, ed è possibile ascoltarlo anche a fari accesi per via di testi meno ermetici, volentieri riscaldati da impasti sonori più rassicuranti che potrebbero far davvero breccia anche fra il grosso del pubblico (sta bene, sarebbe una scommessa, ma dieci euro ci sentiremmo di puntarli). E' migliore? E' peggiore? Più banalmente, è diverso, la seconda tessera di un mosaico che promette di comporre di fronte ai nostri occhi un mirabolante quadro d'insieme. Basta avere pazienza, basta non parlare troppo in fretta, poiché la prospettiva di questi giovani uomini, di certo stupiti dalle loro stesse ieratiche movenze, non è quella del "qui e ora" e questo, ce ne rendiamo conto, non asseconda la nostra maledettissima, bulimica fretta.

Per il momento teniamoci stretto questo gran bel sentire, e per una volta ci riteniamo sollevati dal dover parlare dell'album attraverso le colorite iperboli che la descrizione dei dieci brani suggerirebbe. Anche se "Evil" è una canzone incontrovertibilmente senza tempo, anche se "Next Exit" è la più delicata delle preghiere, anche se "Public Prevert" quasi imbarazza per il suo struggente, elementare crescendo... ma chissà quanti altri orpelli dialettici si potrebbero ricamare attorno alla nostalgia e all'evocato silenzio che permeano tutto il disco. Asteniamoci, allora, e lasciamo che "Antics" svolga la sua primigenia funzione: somministrare autunnale conforto ai nostri cuori disturbati.

(19/12/2006)



  • Tracklist
  1. No Exit
  2. Evil
  3. Narc
  4. Take You On A Cruise
  5. Slow Hands
  6. Not Even Jail
  7. Public Pervert
  8. C'mere
  9. Length Of Love
  10. A Time To Be So Small
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