Junior Boys

Last Exit

2004 (Domino, Kin) | synth-pop

Prologo - Ovvero, elogio della lentezza

Milano, luglio duemilaquattro. Finestra aperta sul cortile interno, calura tutto sommato accettabile. Il solito cazzeggio multimediale. Mi cade l'occhio su una recensione di pitchforkmedia, voto 8.9. Affidabili! Da qui a reperire il titolo è questione di ore. Ascolto una volta e non resta nulla, ma nulla proprio, riascolto e mi vengono restituiti dei beat assolutamente ordinari, solo un po' nervosi. E infatti m'innervosisco, impreco contro il Managing Editor di Pitchfork e accantono. Troppi dischi da ascoltare ancora, per perdere altro tempo su questo malriuscito pop in techno revival style. A volte (sempre?) si dovrebbe camminare a passo lento, con gli antichi ritmi ormai fagocitati dalla corsa. Corsa a che cosa, poi? In questa occasione, come probabilmente in molte altre, è accaduto tutto troppo velocemente.

Flashback (Ottanta, Novanta, Duemila)

In quante salse li stiamo ingurgitando 'sti anni Ottanta? In tante, troppe, al punto che la nausea da luogo comune coglie persino noi, carbonari dei 90's, che da qualche anno possiamo finalmente sculettare in pubblico, orgogliosi dei loro vecchi giocattoli mai invecchiati. Il synth-pop e il new-romantic: ancora loro. Londra, 1980, il Blitz e le sue serate da "Club for Heroes": Steve Strange e Rusty Egan - "Fade To Grey" la canzone - ma poi anche Soft Cell, The Human League, ai tempi in cui il revival prendeva le fattezze di David Bowie e dei Roxy Music. Piano, così rischiamo di andare fuori tema. In effetti, per contestualizzare "Last Exit", dobbiamo pur dire cosa ne fu dell'elettronica, versante pop, dopo quelle ondate impetuose. Non calò affatto il sipario, anzi: ci pensarono i New Order a traghettarci verso la generazione chimica degli anni 90, che fu anche quella di Aphex Twin, del chill-out (che palle quest'ultimo, a ripensarci, ma allora era così cool!), e di tanto altro ancora. Il cerchio si chiude ai giorni nostri, attraversando le immancabili e seducenti rives francesi (Air), con quella schiera di adulti ladytronici infatuati dal Blitz, e poi giù, per approdare fino a spudorate cover di "Das Model", ad esempio (Zoot Woman, "Living in a Magazine", 2001).

Ultima uscita: l'album

Coloro che gli anni 80 li hanno solo ascoltati o sentiti dire, per motivi anagrafici, dovranno sapere che Junior Boys, Xiu Xiu e primi El Guapo (come gli Underworld di "Dubnobass" e gli Orbital 10 anni fa) sono stati tra i più abili a manipolare il magnetismo dei linguaggi wave-dance di quel periodo. Linguaggi già noti, ma qui fatti vibrare da una frase di strumento, da un synth, dal riverbero elettronico e da una voce filtrata, ricreando un nuovo movimento, un'inedita, caldissima essenza. O reintervenendo sul subconscio, estendendo non gratuitamente imprevedibilità perturbante, aggiornando quel senso di shock con lo sguardo di oggi, lo stato attuale delle cose. In queste tracce c'e' netto il senso di fuori-fuoco, il richiamo disorganizzante, il doppiaggio ironico, le riflessioni un po' divertite (asincronìe, lungaggini, ripetizioni ad libitum). Ancora assenti nella dance-wave della prima ora, nei Junior Boys sono vitali e ammalianti.

Così risulta pressoché impossibile sottrarsi ai seducenti loop di "More Than Real", e della seguente "Bellona", le cui istantanee reiterazioni sono carpite dai divertissement degli Scritti Politti (canzoni da ricordare?), umori che peraltro traspaiono, più compassati, anche in "High Come Down". Circospette (e perfette) melodie ritagliate su rallentatissimi impulsi drum'n bass scivolano fra le note della title track, ma soprattutto di "Three Words", vera perla notturna e immortale di questo disco, che susciterà l'invidia degli ormai imbolsiti Orchestral Manoeuvres In The Dark.
Se pensate di avere ancora qualche brivido da spendere, ebbene conservatelo per "Teach Me How To Fight", i cui eterei sintetizzatori s'involano assieme alle imploranti, crepuscolari rincorse vocali di Jeremy Greenspan: dieci tracce e nessun prurito revivalistico, solo cascate di nostalgia fuori dal tempo.

"Last Exit" non è quindi un lavoro di "messa in forma", quello che si dice una bella vetrina. Dovremo allora prestarne il giusto orecchio, poiché abbiamo fra le mani un album tutto fuorché ordinario, in altre parole. E' un invito a riflettere, un cosiddetto meta-discorso, un discorso amoroso, un'enfasi notturna, un invito ad appassionarsi a questi suoni sintetici. Non è semplice citazionismo, ma un compendio di sensibilità che dal futuro di allora ci conduce a un ancor più sofisticato futuro di oggi. Della wave-dance, questo disco sa restituire esattamente la vita, la naturalezza e l'irresistibile fotogenia.

(19/12/2006)



  • Tracklist
  1. More Than Real
  2. Bellona
  3. High Come Down
  4. Last Exit
  5. Neon Rider
  6. Birthday
  7. Under The Sun
  8. Three Words
  9. Teach Me How To Fight
  10. When I'm Not Around
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