Maria è cambiata, e ha avuto molto coraggio per voltare pagina,
o forse certe idee le ha sempre avuto in mente. Ha deciso di fare da sola, Maria
Di Donna, meglio conosciuta come Meg. È cresciuta e ha messo da parte i furori
politici giovanili con la 99 Posse, e dopo qualche breve esperienza tra teatro e
musica con il progetto Nous (insieme a Marco Messina) ha dato luce a un album
che rispecchia la sua femminilità, con i colori del Mediterraneo e la voglia di
raccontare un mondo "realmente favolistico".
Napoli è un golfo a forma di
cuore, le parole volano tanto leggere quanto pronte ad affondare nella carne,
Meg si trasforma in terra, grano e aria. È un viaggio attraverso gli occhi di
Maria, contagioso e particolare come la sua voce. Sono 11 favolette, undici
piccoli racconti che scoprono ogni volta uno scorcio di questo mondo, ci parlano
di lei, dei suoi pensieri.
Il disco esce in autunno, e sono tante le
foglie che cadono nel cambiamento tra la Meg che cercava tempo (e tempo non ce
n'era), e quella attuale.
Le atmosfere ciondolano tra i beat
elettronici di "Sopravvivi", il giocattoloso intro di "Puzzle", i vocalizzi
abbracciati dagli archi di "Simbiosi" ed "Elementa", fino ai richiami
jazzy di "Invisibile Ink", venature pop attraversano le canzoni senza mai
annoiare, grazie anche all'uso sempre vario degli strumenti, siano essi
artificiali o percussioni tradizionali della canzone napoletana.
Un disco
dalle sonorità poliglotte, accenti bristoliani si confondono con cadenze
meridionali, attraversando anche il mare e finendo per parlare arabo. Maria si
destreggia con agilità tra i generi, all'occorrenza ruggendo con classe oppure
lasciandosi andare in canzoni dolci e squillanti.
Il disco si presenta al
pubblico anticipato dal fortunato singolo "Simbiosi". Un rincorrersi di archi,
leggere percussioni e arpa, un arrangiamento straordinariamente leggero sostiene
questa canzone, fresca come un mattino di primavera, solare e luminoso (anche se
il video non è un granché) . Ed è un'ottima entrata in scena per Maria:
cantabile e di facile fruizione, ma capace di catturare e coinvolgere con
classe.
Ma l'episodio migliore dell'avventura prima di Meg è sicuramente
"Puzzle", lungo happening elettromeridionale intarsiato di suoni alla
Mario Bros, viaggio probabilmente "extrasensoriale" che la nostra Maria deve
aver compiuto pensando a Napoli ("Dall'alto il golfo a forma di cuore, ammiro
rapita la mia città natale, qui il paradosso è cosa normale"). L'elettronica da
il via a questa costruzione, il gioco prende il via scomposto, guidati dal canto
si sorvola la città, una Meg attenta osserva e immagina, ispeziona e si
ispeziona cercando di trattenersi nella realtà. Ed esordiscono i fiati, ci si
immerge nel cuore di una Napoli sublimata nella sua follia e vivacità, si
attraversano strade, vicoli e piazze in un "vortice claustrofobico, lisergico e
incomprensibile". C'è una luce che abbaglia mentre ci si tuffa verso una
conclusione maledettamente teatrale.
Dopo questo affascinante uno-due,
il livello cala leggermente, ma non mancano piccole sorprese (il tropicalismo di
"Senza Paura", dove fa capolino la voce di Elio). La soluzione finale purtroppo
non brilla per originalità, le ombre björkiane si affacciano spesso più o
meno incisivamente (il ritornello di "Parole Alate", uno dei brani più deboli),
facendo perdere qualche punto a un album che ha dalla sua due pregi
fondamentali: la capacità di unire con leggerezza il gusto melodico tradizionale
mediterraneo con un uso raffinato dell'elettronica ("Audioricordi", vincente
brano con echi arabeggianti), e in secondo luogo, è un prodotto cantautoriale
italiano che esula dagli schemi tipici nazionali, che non cerca di conquistare a
suon di distorsioni o voli da soprano, andando a porsi in quel limbo
elettro-strumentale dove Björk ha fatto
scuola.
Manca la zampata definitiva e vincente, ma l'opera prima di Meg
lascia una piacevole sensazione di rilassamento e, cosa forse più importante,
lascia le basi per un seguito di carriera ancora più interessante. Cosa che i
critici della 99 Posse non avrebbero mai detto, soprattutto per i testi, che
nell'album di Meg sono spesso ricercati e limpidi, e vivono di luce propria.


