Microphones

Live In Japan

2004 (K Records) | avant-rock

Per chi ha scoperto i Microphones rimanendo folgorato dalle trovate più spiazzanti di “Mt. Eerie” (da molti indicato come disco dell’anno del 2003), questo nuovo e atipico live della creatura di Phil Elvrum rischia di suonare paradossalmente più alieno che mai. Niente ossessivi deliri percussivi, niente echi di cori spettrali, niente sonorità inconsuete né repentini cambiamenti di fronte: soltanto la voce di Elvrum in tutta la propria nuda fragilità, accompagnata da una veste tanto scarna quanto impellente e diretta. Eppure, forse è proprio questo il disco che più di ogni altro va al cuore delle visioni musicali dei Microphones.

Un live che dichiara sin da subito la singolarità dei propri intenti, incentrandosi unicamente su brani di nuova composizione, senza concedere spazio neppure a un episodio del passato. Insomma, quanto di più lontano si possa immaginare dall’idea di “greatest hits con applausi” cui i dischi dal vivo sembrano essere stati ormai ridotti: in questo “Live in Japan” c’è soltanto l’immediatezza di un’irrefrenabile urgenza comunicativa, spogliata per una volta di ogni possibile artificio collaterale.
Del resto, l’ex batterista degli Old Time Relijun ha già preannunciato di voler abbandonare il nome Microphones per adottare come nuova ragione sociale proprio il titolo del precedente album, Mt. Eerie: questa raccolta di istantanee delle esibizioni di Elvrum su vari palcoscenici giapponesi, risalenti al febbraio dell’anno scorso, potrebbe quindi non essere altro che la chiusura del cerchio dell’esperienza Microphones, almeno per come l’abbiamo potuta conoscere sino a oggi…

Quel che è certo è che “Live in Japan”, pur essendo sempre percorso da quella disorganica frammentarietà di cui il suo autore si conferma incrollabile alfiere, appare al tempo stesso denso di una purezza che, a tratti, riesce a raggiungere vertici di sorprendente intensità. A creare l’incanto basta infatti una chitarra acustica, suonata con l’indifferenza di chi non è interessato neppure al minimo orpello, per lasciare che la voce di Elvrum si elevi in una confessione di assoluta vulnerabilità. E’ così che le ombre di “Great ghosts”, emozionante prologo del disco, possono dispiegarsi con inattesa dolcezza, conducendo per mano alla scoperta degli essenziali paesaggi del nuovo album.

Note emerse dal silenzio dei fiordi norvegesi, dove Elvrum ha deciso di isolarsi per lunghi mesi (guarda caso vicino a una città di nome Elverum…), lasciando che fosse solo il pallore del sole artico a nutrire il suo animo. E proprio da questa apparente esilità sembra nascere l’arpeggio di “The blow pt. 2” (che fa contemporaneamente il verso al titolo di uno dei più brillanti dischi dei Microphones, “The glow pt. 2”, e a quello del primo album dell’amica Khaela Maricich, “The blow”), per poi crescere tra lo stridore dei microfoni (quando l’accidente diventa sostanza) nel liberatorio grido finale: “I want my own wind to blow”, una sorta di nemesi di quella “I want wind to blow” che apriva proprio “The glow pt. 2”… Una spirale di rimandi che sembra aggrovigliarsi su sé stessa come un dipinto di Escher e che raggiunge l’apice della sua complessità nella successiva “Universe conclusion”, postilla apocrifa della personale cosmogonia di “Mt. Eerie”: mentre fanno la loro comparsa batteria, pianoforte e chitarra elettrica, la litania iniziale “We know there are” si ripete con la scheletrica cadenza di un Will Oldham in versione Palace, per poi conflagrare in un crescendo scomposto e andarsi infine a infrangere, dopo oltre dieci minuti di viaggio, tra gli scogli avvolti nell’oscurità delle ballate di Jason Molina.

L’inafferrabile “implosione folk” di Phil Elvrum si disperde a questo punto in una serie di improvvisazioni appena abbozzate, giocando ad accennare classici come “My favorite things” e “Silent night” (!) e lasciando svanire dopo poco più di un minuto “We squirm” e “After N. Young” (un titolo che è tutto un programma…): inserti volutamente irrisolti, la cui vera dimensione sta nel rapporto che viene a crearsi con il pubblico nel corso di un concerto, ma che, una volta immortalati su disco, finiscono per perdere tutto il loro interesse.

A riconquistare la tensione perduta provvede l’ultima parte dell’album, introdotta dalla sinuosa lentezza di “Climb over”, con le sue stranianti pennellate di tastiere. Una band ridotta all’osso torna a sostenere Elvrum nell’alternanza di sussurri e grida di “Thanksgiving” e “I love you so much!” (con il tormento di un altro interrogativo reiterato senza tregua, “What do you love?”), passando attraverso le punte acuminate di chitarra di “I have been told that my skin is exceptionally smooth”. La voce di Elvrum, riflessiva e sgraziata, si lascia accompagnare in un paio di episodi da Kyle Field dei Little Wings e, soprattutto, dal fondatore della K Records Calvin Johnson, già membro dei Beat Happening e responsabile del rigore lo-fi di album come “One foot in the grave” di Beck, a cui risulta fin troppo facile accostare questo nuovo lavoro dei Microphones.

Sarebbe sufficiente ascoltare anche soltanto il modo in cui i brani si spengono bruscamente e senza alcun preavviso per percepire il senso di incompiutezza che permea ogni momento di “Live in Japan”, proprio come in certe svagate schegge dei Fuck maggiormente ispirati.
Ma è proprio questa incompiutezza a racchiudere in sé il più intimo spirito dei Microphones, capaci di attraversare lande di abbandonata desolazione (qualcuno ha nominato gli Slint di “Washer”…?) senza mai accontentarsi di delimitare i confini del proprio animo. Perché il senso di un’opera incompiuta è quello di lasciare sempre aperto un punto di fuga verso l’infinito.
L’impressione è allora che questi irrequieti scampoli giapponesi siano tutto tranne che un punto d’arrivo: c’è da scommettere che il futuro dei Microphones non sarà nulla di quello che ci aspettiamo…

(12/12/2006)

  • Tracklist

1. Great Ghosts
2. The Blow Pt. 2
3. Universe Conclusion
4. We Squirm
5. My Favourite Things
6. Silent Night
7. After N. Young
8. Climb Over
9. “I Love You So Much!”
10. I Have Been Told That My Skin Is Exceptionally Smooth
11. Thanksgiving

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