Mirah

C'mon Miracle

2004 (K-Records) | folk-rock

Se il 2003 è stato l'anno di Cat Power, che con il suo “You Are Free” si è fatta conoscere a tutte le latitudini, questo 2004 ci sta regalando una nuova cantautrice d'origini israeliane al terzo lavoro solista con Phil Elvrum alla produzione. E certamente l'impronta del deus ex machina dei Microphones si nota soprattutto nella creazione di basi a metà strada tra il noise meno marcato e il lo-fi; a questo si aggiunga una voce femminile, che, a seconda dei brani e degli umori, ricorda a volte Cat Power o Tori Amos, altre Liz Phair o Lisa Germano, e il risultato è ben servito alle nostre orecchie.

Figlia di artisti, Mirah Yom Tov Zeitlyn si trova quasi per forza su un palcoscenico, e, dopo un primo periodo in una jazz band, capisce che la musica che più la affascina è anche quella più semplice; così, con una sensualissima voce e accompagnandosi con una chitarra, inizia a farsi conoscere nell'ambiente, si autoproduce le canzoni fino a che irrompe nella sua vita Phil Elvrum che le offre l'opportunità di diventare la voce femminile dei Microphones. L'amicizia e la stima tra i due diventano anche un solidale rapporto di lavoro che vede Elvrum nei panni di produttore in tutte le uscite soliste di Mirah. In questo “C'mon Miracle” Mirah affina la sua arte cantautorale, ogni nota è studiata, nulla è fuori posto, l'ascolto è reso scorrevole non solo dalla grazia vocale, ma anche dalla varietà musicale contenuta nel disco. L'approccio alle canzoni s'inserisce nel filone cantautorale pop (lucide le liriche anche quando parla di un dramma come quello israelo-palestinese), passando da un tocco di Beatles a un assaggio di Simon & Garfunkel (“Don't Die In Me”), da un più tradizionale dream-pop (“The Light”) fino a un pop più incalzante, più punk (“Jerusalem”, che pare cantato da Gwen Stefani). “The Dogs Of B.A.” ha il sapore di musica latino-americana, mentre “We're Both Sorry” si colloca a metà tra le favole di Tori Amos e quelle di Bjork.

Un album va capito e per capire questo “C'mon Miracle” occorre soffermarsi sui due aspetti fondanti dello stesso: la produzione di Phil Elvrum e la schizofrenia dei brani. Da una parte, infatti, il cantautorato di Mirah si trova immerso in una bolla sonora creata da Elvrum, che ritaglia all'interno dei brani il proprio spazio dove poter lasciar la firma; la semplicità sonora propria di un'autrice lo-fi diventa quindi orchestrale in taluni brani con l'uso di archi, diventa oscura quando il rumore si erge a sfondo nero su cui dipingere. Dall'altra, una stessa canzone diventa il parto di un compromesso linguistico, diventa la descrizione del cambiamento, non della stasi, al punto che il cambio di umore all'interno di uno stesso brano fa passare “Don't Die In Me” da un pop alla Simon & Garfunkel a un “solo” strumentale e tribale a suon di percussioni avvolgenti, o “The Light” da una pop song velocizzata a un dream-pop alla Mazzy Star.

Queste sono le chiavi per capire il disco e questi sono i motivi per cui ci si riesce a innamorare anche di queste 11 canzoni che hanno il pregio della non banalità, della ricerca di linguaggi sonori diversi: con l'ultimo album, pare proprio che Mirah abbia messo le fondamenta per crearsi una carriera solista degna di quella da alter ego di Phil Elvrum. Un gioiellino da scoprire.

(12/12/2006)

  • Tracklist

1. Nobody Has To Say
2. Jerusalem
3. The Light
4. Don't Die In Me
5. Look Up
6. We're Both So Sorry
7. The Dogs Of B.A.
8. The Struggle
9. You've Gone Away
10. Promise To Me
11. Exactly Where Were From

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