Mum

Summer Make Good

2004 (FatCat Records) | elettrofolk

Delusione. La prima, e forse unica, parola che suscita l’ascolto del terzo album dei Múm è questa: delusione. Qualcosa si è inceppato nella formula magica scoperta dal quartetto islandese (anzi, ora terzetto, dopo la defezione di Gýða Valtýsdottir): una formula che prevedeva tenui melodie bisbigliate dalla voce infantile e trasognata di Kristìn Valtýsdottir, un mix di elettronica glitch e delicati arrangiamenti folk, e soprattutto prevedeva la creazione di atmosfere spettrali, dolci e malinconiche. Come tutti i gruppi islandesi, i Múm hanno sempre tratto ispirazione dalla loro terra, dalla solitudine e dai silenzi glaciali dei loro panorami, riuscendo nei casi migliori (vedi Sigur Rós) a ricreare nella loro musica il fascino della natura.

Musica "naturale", appunto, spontanea e ingenua, quella degli islandesi. E i Múm non facevano eccezione, anzi, forse nei loro due precedenti album riuscivano in un miracolo ancora più difficile, dato che la loro ricetta è come detto, composta principalmente da basi e trattamenti elettronici stile Mouse On Mars. Era, quella dei Múm una cifra sonora inconfondibile, riconoscibile tra mille.
"Summer Make Good" invece delude innanzitutto dal lato "forte" della band, cioè appunto quello della naturalezza, della fluidità, della spontaneità. E delle atmosfere: catatoniche e statiche, in definitiva bloccate, inconcludenti, soporifere. Laddove nei dischi precedenti la rarefazione, il "dormiveglia", quei suoni soffusi e cullanti erano la forza, qui diventano la debolezza del gruppo.

Il mix è sofisticato, l’effetto "vintage" che il gruppo dichiarava di voler ottenere (quasi il suono di un grammofono, per intenderci), è stato ottenuto. Ma l’ammirevole lavoro sul suono è supportato da un altrettanto ammirevole lavoro in fase di composizione? In generale, purtroppo no.
Si sente che i ragazzi sono cresciuti, si sente in un brano come "Weeping Rock", dalla partitura affollata e complessa. L’uso dell’elettronica è peraltro meno evidente rispetto al passato: le percussioni sono spesso "reali", c’è sopravvento di strumenti "suonati". Insomma, la cornice è sopraffina, indubbiamente. È il quadro a lasciare perplessi. "Sing me out the window" sarebbe un brano interessantissimo, grazie soprattutto alla felice intuizione di aggiungere una chitarra "western" all’arrangiamento, se non fosse banalizzata da un uso molto prevedibile dei rumorini elettronici e delle voci. E un brano più fantasioso come "The island of children’s children" è carino, ma poco ispirato, per non dire confuso.

I brani davvero interessanti alla fine si contano dunque sulle dita di una mano. Ed è sintomatico della debolezza complessiva del disco, il fatto che questi sono praticamente soltanto i brevi intermezzi strumentali: l’introduzione "dark-ambient" di "Hú Hviss"; la parentesi cosmica di "Away"; il carillon stonato dal sapore country di "Small deaths are the saddest" e soprattutto quel piccolo, raffinato capolavoro di assemblaggio sonoro che è "Stir". L’unica canzone che riesce a sollevarsi sul torpore generale e a dare quantomeno segni di vera creatività è "Will the summer make good", con i suoi suoni ambientali e le sue melodie sbilenche, sgangherate e avvolgenti. Troppo poco, davvero, però.

Delusione, dunque. Il disco è deludente, anche se non disastroso, perché la strada che lascia intravedere è comunque quella di una possibile completa maturità. Mancano però le canzoni: "Summer Make Good" si riduce ad un esercizio di stile, piuttosto sterile e monotono. Probabilmente è solo quello che si chiama "un disco di transizione", ma intanto la delusione c’è ed è inutile nasconderla.

(12/12/2006)

  • Tracklist

1. Hú Hviss (A Ship)
2. Weeping Rock
3. Nightly Cares
4. The Ghosts You Draw In My Back
5. Stir
6. Sing Me Out The Window
7. The Islands Of The Children’s Children
8. Away
9. Oh, How The Boats Drift
10. Small Deaths Are The Saddest
11. Will The Summer Make Good For All Of Our Sins
12. Abandoned Ship Bells

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