Come capita a ogni nuova uscita di Prince, e ancora di più da quando ha
ricominciato a utilizzare il più glorioso dei suoi nomi di battaglia, avrete già
avuto modo di leggere numerose recensioni, specie sulla carta stampata, in cui
si parla di resurrezione del genietto di Minneapolis. E’ accaduto a ogni nuova
uscita del signor Roger Nelson a partire dalla “morte” del suo nome d’arte
(1993, l’album che la celebrava era “Come”), tranne che con l’indifendibile “New
Power Soul”. Come andava a finire, poi? E soprattutto, qual era la verità, ogni
volta? La verità era sempre che Prince (o il simbolo, o The Artist, o TAFKAP)
aveva prodotto un altro buon disco, niente di memorabile, godibile ma non certo
trascendentale o sconvolgente.
Dopo un paio d’anni, gli stessi che
avevano cantato la resurrezione del Principe, ne parlavano di nuovo come un
artista musicalmente finito e portavano come esempio l’album da loro incensato
solo qualche stagione prima. Accadrà lo stesso con questo “Musicology”? Beh, per
ora abbiamo avuto le recensioni entusiastiche… E un singolo niente male, quella
title-track che ha tutta l’aria di un manifesto programmatico. Gioioso omaggio
alla musica in generale, ma più in particolare al rhythm’n’blues marca James
Brown, la canzone “Musicology” non è solo il brano migliore del disco, ma un
ulteriore prova dell’abilità di Prince nel ricreare e metabolizzare ogni stilema
della musica nera. Musica e testi presentano molti dei topos princeiani. In
conclusione al brano, quasi a sottolineare la continuità con il proprio passato
(o solo per ricordare agli ascoltatori chi è il signor Prince), si possono
sentire brevi campionamenti di sue canzoni degli anni 80. Se vi siete divertiti
nel tentare di riconoscerle, Onda Rock vi offre la soluzione del giochino a fine
recensione!
Il brano “Musicology”, dicevamo, riflette bene ciò
che il disco a cui dà il titolo vuole essere dal punto di vista strettamente
musicale. Intrattenimento di discreto livello, un altro album di musica “alla
Prince”. Molta classe e poca voglia di essere ancora avanguardia. Il risultato
varia così dal piacevole (in maggioranza) al tediosetto (non molto), senza
picchi né passi falsi. Dalle parti del piacevole c’è la seconda traccia,
“Illusion, Coma, Pimp & Circumstance”, già pronta a entrare nelle nostre
simpatie per il gioco di parole nel titolo. Intelligentemente, il pezzo più
vicino alle nuove tendenze Prince lo piazza dietro a quello più revivalista. Il
groove granitico e un efficace minimalismo ne sono i punti di forza. Non male
anche“A Million Days”, che riporta alle orecchie le atmosfere chitarristiche di
“Chaos And Disorder”, e “Cinnamon Girl”, ancora una volta con le chitarre in
primo piano.
Senza infamia e senza lode le altre composizioni, che
comunque si lasciano ascoltare e cercano di solleticare un certo
effetto-nostalgia. La ricerca dei legami con il passato, forse un po’ troppo
ostentati, sta anche nella “O” di “Life ‘O’ The Party”, così simile a quella
della grafia corrente (ma non è l’originale!) di “Sign O’ The Times”. Il pezzo,
come altri in questo lavoro, è uno di quelli che Prince scrive con il pilota
automatico da più di dieci anni. Un funk essenziale da festa al Paisley Park,
ideale canovaccio per lunghe digressioni dal vivo. Anche “Call My Name” è
un’altra canzone da pilota automatico.
Più ambiziose sono le liriche,
che trattano argomenti politici e di attualità come Prince non faceva più da
tempo. Anche le canzoni che parlano d’amore lo fanno in un modo che si potrebbe
definire più maturo. Gli esempi sono numerosi. “The Marrying Kind”, apertamente
dalla parte delle donne, si apre con una voce femminile che recita in italiano e
racconta una storia amara e a suo modo drammatica. Nell’ironica “On The Couch”,
contrariamente a quanto si potrebbe pensare dal titolo, Prince non parla di
seduzione da divano, ma di una supplica alla sua dolce metà perché non lo faccia
dormire, tutto solo, sul divano in questione. “Dear Mr. Man” è il Prince più
politico dai tempi di “Ronnie, Talk To Russia”. Un atto di accusa contro Bush,
che però non nomina mai, e che può essere adatto a molti potenti del pianeta.
“Cinnamon Girl” parla della guerra in Iraq da una prospettiva affatto banale.
Tirando le somme, per chi ha tutto di Prince “Musicology” può essere un
disco gradevole, ma il neofita farebbe meglio a indirizzarsi verso la produzione
degli anni 80. Come se non lo avesse immaginato già…
Soluzione del
giochino: si sentono, nell’ordine, “If I Was Your Girlfriend”, “17 Days”,
“Kiss”, “Sign O’ The Times” e “Little Red Corvette”.
