Originariamente progetto one-man band del chitarrista lo-fi
canadese John Crossingham, Raising The Fawn ha iniziato ad assumere i tratti
della band allargata (e allargabile a seconda degli umori del leader) a partire
dal debutto omonimo (edito dalla sua personale label, la Fawn, nel 2001). Nel
2002 assolda Scott Remila, bassista e seconda voce, e inizia la registrazione
del seguito, "The North Sea", assieme a Julie Booth e Jon Drew. Il progetto
inizia a vacillare da subito, a causa della dipartita di Booth e Drew e della
partecipazione dello stesso Crossingham alla band-sunto dell'alternative
canadese, i Broken Social Scene. Nel 2003 i superstiti Crossingham e Remila
chiamano alla batteria l'amico Dylan Green; con questa nuova line-up
esce l'Ep "By The Warmth Of Your Flame" (Sonic Unyon), ma il pregresso "The
North Sea" continua a non avere pubblicazione. Arrivati al 2004, la stessa Sonic
Unyon decide di recuperare quello che sembrava destinato a essere un perfetto
lost album, di curarne la produzione e, finalmente, di darlo alla luce.
Il disco attacca con un pattern di gorgheggi rarefatti della Booth, in
andamento soave, accompagnati dalla sezione ritmica tonante. La linea vocale
accorata e la chitarra in contrappunto (assoluta protagonista nel missaggio
finale) sono poi preda d'ispessimenti ritmici e armonici, a condurre - come nei
momenti migliori del rock slow-chamber dei Bedhead - a un'interruzione sospesa e
alla coda celestiale in crescendo. "Home" è più pensosa e meditabonda, dalla
struttura più ligia alla forma-canzone e una minor articolazione di strati
sonici, ma pur con buona resa di tensione attraverso diverse velocità
metronomiche (tra cui un intermezzo accelerato da progressioni armoniche
inquiete).
"Gwendolyn" è spensierata e agile, tanto da richiamare i Motorpsycho più leggiadri quanto
ad anticipare i momenti più scattanti di "You Forgot It In People" (Broken
Social Scene). "July 23rd" è un inno cristallino che connette la solennità degli
Afghan Whigs di "I Keep Coming
Back" alla tenerezza country-lo-fi di Sparklehorse, e la title track -
tra contrasti di zone chiare e scure giocate tra canto invocante e chitarre
accese - anticipa i due tour de force del disco.
"Drownded", il primo
dei due, è attualmente il capolavoro di Crossingham: una minisuite in tre parti
che attacca con un arido richiamo raga-rock e termina con chitarre gravi e
ondeggianti, in cui si realizza appieno il quasi-concept di "The North Sea".
Dalle tensioni sudate à-la Tom Petty, provviste di un efficace
contrappunto, canto nuovamente invocante e alta instabilità dinamica, si passa
all'arpeggio in tonalità minore che conduce a un nuovo crescendo in fortissimo
che finalmente rilascia accordi distorti in tono apocalittico. La parte
conclusiva (il post-alluvione) richiama ispessimenti e nuove dinamiche fino ad
approdare all'ultima visione, epica e drammatica. "Eta", basato nuovamente su
lattici dilatanti di dramma e rilascio della tensione, termina il disco su
sospensioni di due sole chitarre subacquee.
Disco a tema, dove le
atmosfere e le profondità contano più degli strumenti, gli strumenti più delle
canzoni. Attraverso un semplice processo d'allagamento e sospensione sonora dei
padiglioni auricolari, è anche un album tematico alle prese con impressioni e
impressionismi, schietto e sofferto cromatismo, orchestrazioni sincere tanto
nell'immediato intimo quanto negli ampi spazi solenni, a un passo dalla
vertigine d'immensità. Irripetibile in tutti i sensi, anche nella line-up.
Interessanti i riferimenti storico-geografici: il Mare del Nord, insieme al
Glaciale Artico che bagna le coste settentrionali del Canada, è in realtà un
tutt'uno col Dio Oceano, a collegare le vite di due continenti.


