"Conoscete Squarepusher?" chiedeva Tom Jenkinson con la sua ultima
fatica, non molto apprezzata dalla critica a dire il vero. Sotto questo
pseudonimo ha firmato alcune delle migliori pagine dell'elettronica degli ultimi
dieci anni senza riceverne l'ampia popolarità che, per esempio, ha investito
Aphex Twin. Non che abbia vissuto nell'ombra, ovviamente. Impareggiabile nel
combinare rumore, frenetici beat e melodia, è stato il campione indiscusso del
cosiddetto drill'n'bass, senza però fossilizzarsi su un solo genere. Dal 2001 ha
fatto uscire il solo "Do You Know Squarepusher", lavoro manifestamente
interlocutorio nel quale si poteva però trovare, grazie al disco bonus "Alive In
Japan", la testimonianza di un evento (o meglio, di una serie di eventi) che, a
giudicare da questo "Ultravisitor", ha profondamente influenzato il
proseguimento dell'attività artistica di Jenkinson. L'evento in questione è
l'intensa attività live e l'enorme successo che ha raccolto in tutto il
mondo.
Ecco, "Ultravisitor" sembra in qualche
modo l'imprevedibile naturale conseguenza di ciò che la carriera di Squarepusher
è stata a partire da quel 2001 in cui è uscito l'acclamato "Go Plastic".
"Imprevedibile naturale conseguenza" è un ossimoro, è vero, ma questo
"Ultravisitor" proprio sugli ossimori si regge. Sulla performance, sullo
strumento suonato per davvero, concetto opposto alla programmazione, alla quale
quasi sempre si accompagna. Sul live e sul pubblico (i cui schiamazzi sono
sparsi per tutto l'album), contrapposti alla solitudine del bedroom producer. Un
lavoro che si regge anche sui suoi difetti, come una prolissità eccessiva, la
presenza di più di un episodio non proprio riuscito, se non addirittura monco,
incompleto. Oggi Squarepusher rivendica la sua identità, che non è
esclusivamente quella di solitario compositore da computer, segregato dal mondo
reale. E' anche quella di strumentista, buon batterista free-jazz, bassista di
una certa inventiva. E, quasi quasi, animale da palco. Almeno in confronto ai
suoi colleghi di laptop.
Da questa decisione
tutto è condizionato, a cominciare dalla struttura dell'album, composta da tre
dei brani più lunghi, significativamente posizionati uno all'inizio, uno al
centro e l'altro praticamente alla fine, prima che Jenkinson faccia scivolare
l'ascoltatore verso la discesa morbida e graduale delle ultime due tracce.
Servono a fare da punti di riferimento in un mare in cui anche i suoi
ascoltatori abituali potrebbero perdersi, eppure sono formidabili depistaggi,
tutto sommato vicini ad uno stile familiare di cui possono sembrare l'evoluzione
e di cui i segni non sono certo preponderanti nel resto del disco…
Tutte e
tre iniziano con i rumori del pubblico. Gli otto minuti e mezzo della
title-track sono un'introduzione menzognera in cui si trovano molti degli
squarepusherismi più tipici: i beat frenetici e fantasiosi, una linea melodica
immediata, efficace ma non banale, il gusto per la sorpresa. Eppure… Eppure c'è
qualcosa di diverso, qualcosa che è cambiato.
"Steinbolt", il pilastro
centrale, è quasi un brano da rave, rapidamente seppellito da rumori e
beat impazziti. Non manca neanche l'apparizione di un minaccioso tema di
(quello che sembra) un organo. Una nipotina di "Go Plastic" che prende forma, la
riperde, muta e si rigenera. "Tetra-Sync", la traccia che anticipa la planata
verso la conclusione, è una sorta di avvicinamento a ciò che "Ultravisitor" (il
disco) vuole essere. Inizia con uno Squarepusher che interagisce con il pubblico
come una vera rockstar, cosa che fa spesso in concerto, fatto non certo
abituale, se non addirittura caso unico, per un musicista elettronico. Poi ecco
i due strumenti di elezione del nostro, batteria e basso, ai quali il finale del
brano riserverà, significativamente, un assolo ciascuno. In mezzo uno dei temi
più malinconici che Jenkinson abbia mai inciso, veloce e ricco di
sovraincisioni, degno di un DJ Shadow al massimo della forma.
Andando avanti ancora per ossimori, il centro
del disco sta in ciò che sembra periferico, esornativo. Come "I Fulcrum", un
interludio che si stende/svolge sull'eco della prima traccia (nel vero senso
dell'espressione, non c'è metafora). Suono di basso. Applausi ad ogni bozza
musicale che tira fuori. Da sola, è già un'esperienza mozzafiato delle capacità
tecniche ed inventive di Jenkinson al basso. Abbinata alla successiva "Iambic 9
Poetry", nella quale "I Fulcrum" procede senza stacchi, la si direbbe quasi
metamusica. Una spiegazione di come nasce un pezzo di Squarepusher o addirittura
un tentativo di strumentale che "parli" dello scrivere canzoni, del fare musica.
Trovata la giusta successione di note, della quale "I Fulcrum" può essere letta
come una ricerca, si aggiungono i beat, impazziti e quasi free-jazz o
iperevoluzione del drum'n'bass, e si manipolano i suoni, aggiungendo, togliendo,
distorcendo. In primo piano passano le mirabili impalcature pencolanti di
percussioni.
Ma un po' dell'essenza di "Ultravisitor" è in ogni brano.
Nella voce più o meno rap, spezzata, effettata, sovrapposta, non sempre
comprensibile di "50 Cycles". Nella bella linea di basso di "Menelec" e nelle
improvvisazioni, finte o vere che siano, di "C-Town Smash". Nella composizione
per trapano e pianoforte che apre "An Arched Pathaway". Nell'assolo di batteria
che è la sostanza di "Circlewave", pezzo assolutamente dispensabile come ce ne
sono altri in questo disco. Ma toglierlo sarebbe stato eliminare un tassello di
questa presentazione dell'intero se stesso che Squarpusher ha realizzato con la
sua nuova uscita. Per questo non si poteva rinunciare neanche all'apparentemente
poco significativa nudità di "Tommib Help Buss", nello spirito vicina proprio a
quella "Tommib" che figurava su "Go Plastic" e resa famosa da "Lost in
Translation" di Sofia Coppola.
Tutto ciò è
autoindulgente? Forse. Certi pezzi, più che riempitivi, sembrano ancora allo
stato grezzo, bisognosi di rifinitura se non proprio di ulteriore lavoro. Ma se
fossero state queste le intenzioni di Tom Jenkinson? Per quanti LP di musica
elettronica si possono usare anche aggettivi come "sincero", "maturo", o
addirittura "umano", proprio grazie alle sue numerose imperfezioni, ai suoi
difetti? "Buonasera, sono Tom Jenkinson e sono un musicista".
Pensate alle
copertine degli ultimi lavori di Aphex Twin o µ-Ziq, tanto per citare due
persone che a lui sono vicine nel modo di fare musica, o in generale a tutte le
copertine di album di elettronica… Se volete, riportate alla memoria anche
quella di quel "Do You Know Squarepusher" parlando del quale abbiamo aperto la
recensione… Adesso tornate a guardare questa.
P.S.:
L'edizione limitata del CD, oltre ad offrire un packaging diverso, è
venduta insieme a un cd tre pollici (attenzione, non è incluso nel digipack:
deve essere consegnato dal rivenditore). Si intitola "Square Window" e contiene
cinque brani. Sicuramente non indispensabile, specie se si pensa ai già ottanta
minuti di "Ultravisitor", offre comunque una ventina di minuti di musica
piacevole.


