Twilight Singers

She Loves You

2004 (One Little Indian) | late-night rock

Greg Dulli è un gran talento incompreso. Tra i pochissimi sopravvissuti del periodo grunge (con i suoi Afghan Whigs: memorabile il trittico "Gentlemen/Black Love/1965") era forse quello che più ha seminato e meno ha raccolto, nonostante gloriosi trascorsi con la storica Sub Pop di Seattle e la militanza in una Major come Elektra. La sua cifra stilistica, a mezza via tra rumore bianco (hard-rock; punk) e musica nera (soul, funk e blues), attende ancora un'autentica (e ormai dovuta) consacrazione nei circuiti ufficiali della musica che conta. Arriverà mai?

Concepito in un periodo di grazia per scrittura e ispirazione, "She Loves You", terza prova della nuova creatura Twilight Singers, ci lascia entrare più di altre nell'inferno emotivo di Greg: pulsante, slabbrato eppure intensamente poetico.
Se, infatti, la freschezza e la spontaneità dei vecchi tempi possono venir meno, dalla sua Dulli ha canzoni a prova di bomba e una classe nell'inventarsi crooner che ha poche rivali nella scena odierna. L'album contiene una serie di brani in origine molto diversi tra loro, alcuni quasi agli antipodi (si pensi all'accostamento del classico "Summertime" con la convulsa "Hyperballad" di Bjork).
Per ognuno di essi Greg riesce a intuire nuove strade espressive, percorsi rimasti nel buio e riscoperti. Tanto che, alla fine, "She Loves You" scorre fluido e compatto come se nulla fosse accaduto, come se quei pezzi fossero stati concepiti per essere insieme.

Si parte con una voce registrata, sembra da una segreteria telefonica: una ragazza, italiana. Poche parole alla cornetta, poi la musica sovrasta tutto. L'apertura dell'album è affidata agli accordi acustici di "Feeling Of Gaze", dall'ultimo lavoro solista di Hope Sandoval con i Warm Inventions. Qui Greg fa tutto da solo (voce, chitarra e piano) e nella breve durata della canzone non fa per nulla rimpiangere le magiche, oniriche atmosfere dell'ex chanteuse dei Mazzy Star.
Segue "Too Tough To Die" dal primo album solista di Martina Topley-Bird, giovane cantautrice nera inglese (ex-fidanzata di Tricky), già definita "la Dietrich del soul". L'andamento spezzato del pezzo ammalia: acustiche ed elettriche di sottofondo, basso insistente. Su tutti la voce di Dulli come una disperata preghiera. Affascinanti gli effetti floydiani "urlanti" dell'elettrica nel finale.

Arriviamo al primo highlight del cd, quella "Hyperballad" scolpita nella memoria collettiva come uno dei migliori brani di Bjork. Tutta la maestosa elettronica e gli archi che avevano reso epico l'originale sono messi da parte. Un marziale 4/4 di batteria, seguito dalla chitarra ritmica, apre le danze.Ancora una volta, Greg entra e mette scompiglio con la voce: anni luce da quella algida dell'islandese, ma emozionante quanto lei. L'atmosfera si surriscalda per accumulazione di elementi, suoni di testiere, percussioni. Fino all'eruzione del coro: come una magmatica congrega di oscuri sacerdoti. Tra loro c'è anche Mark Lanegan, e quando in gioco c'è gente come lui, la musica acquista un valore aggiunto. Un'aura "maudit" in più.

"Strange Fruit", classico eseguito sovente da Nina Simone, è strapazzato e scorticato: la ballad è resa ancor più disperata dalle elettriche affilate, dal piano percosso. Un'idea di black music mai cosi drammatica. Il discorso sembra distendersi un po' con la cover targata Fleetwood Mac, "What Makes You Think…". Belle e fluide le parti di chitarra: c'è spazio anche per il pop, come un raggio di sole. Ipotesi confermata da "Real Love" della Blige, reginetta del nuovo R&B americano.
I brividi scorrono di nuovo con "Hard Time Killing Floor", polveroso blues di Skip James. Sale in cattedra Lanegan a duettare con Dulli. Acustiche e Dobro forniscono un adeguato tappeto "desertico". Promossi a pieni voti.

E' la volta di "A Love Supreme": stavolta Greg scomoda nientemeno che la leggenda jazz John Coltrane, rivisitando il suo immortale classico da capo a piedi. Gli ingredienti ci sono: l'afflato soul delle chitarre e del piano elettrico.
I repentini cambi di tempo, l'ennesima convincente prova vocale. La canzone imbocca una strada nuova, respira di aria diversa. Muore e rinasce nelle spoglie di "Please Stay" di Marvin Gaye, quasi a voler sottolineare l'importanza di due giganti della black music, fratelli di sangue per una notte. Siamo di fronte all'altro vertice emotivo dell'album.
Ma a Dulli non basta e tira fuori una spettrale, decadente rilettura del traditional "Black Is The Colour…". Poche note reiterate all'infinito, grida liberatorie che si librano nell'aria.
Spetta a "Summertime", un altro evergreen , chiudere questa "Odissey Into Beauty" (così dice lo sticker in copertina). Dopo il fragore emotivo del pezzo precedente ecco rifarsi vive atmosfere soffuse. Alla chitarra c'è il nostro Manuel Agnelli (buon amico di Greg: sarà l'americano a produrre il prossimo lavoro degli Afterhours). I rumori di sottofondo di tastiera si fanno sempre più presenti: l'interpretazione di Dulli è realmente funerea. Sembrano quasi i titoli di coda di un film di David Lynch. Chiusura veramente magistrale.

A questo punto importa poco l'esclusione della beatlesiana "She Loves You", che da il titolo al disco. Interessa relativamente conoscere i retroscena legati alla lingua italiana (dai ringraziamenti all'ermetico sottotitolo: il vestito da sposa di sua madre) nel booklet. Ciò che è necessario ribadire è che ci troviamo di fronte ad un disco di rara, drammatica intensità. Uno dei dischi del mese, forse dell'anno.
A ben vedere viene meno persino la speranza di un massiccio tributo popolare all'estro del nostro Greg. Sarebbe difficile.
Ma per chi ama la musica è vietato lasciarselo sfuggire.

(12/12/2006)

  • Tracklist

1. Feeling Of Gaze
2. Too Tough To Die
3. Hyperballad
4. Strange Fruit
5. What Makes You Think You Are The One
6. Real Love
7. Hard Time Killing Floor
8. A Love Supreme
9. Please Stay (Once You Go Away)
10. Black Is The Colour Of My True Love's Hair
11. Summertime

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