Tom Waits

Real Gone

2004 (Anti / Epitaph) | songwriter

Questo è artigianato geniale di gran classe, mi si passi l'ossimoro. Eh sì, perché è quasi impossibile che Tom Waits ci regali un album meno che sufficiente. "Real Gone" allora? Sicuramente non è ai livelli dei suoi capolavori ("Swordfishtrombones", "Rain Dogs", "Franks Wild Years" e "Bone Machine"), ma si posiziona nella scia di quelle opere di elevatissima dignità artistica che vi si sono avvicinate ("Hearthattack And Wine", "Blue Valentine", "Mule Variations"). Cosa ha da dire Tom Waits che non abbia già detto? Cosa ha da dire Tom Waits nell'anno 2004? Sono tutte domande legittime e che legittimamente trovano una risposta: Tom Waits è un classico, ed è nella statura dei classici trascendere il tempo e lo spazio, creare una dimensione a parte che si autoalimenta del proprio background cultural-musicale, della propria visione, forse autoreferenziale della vita, e di un esperire il reale che mette in gioco sensibilità diverse rispetto a noi comuni mortali.

Ecco allora che le liriche di Waits rimugineranno sempre sui soliti temi,che le sue musiche saranno perennemente sghembe, ma lungi dall'essere stanca ripetizione, quanto, semmai, lucida riproposizione di un universo che vede mutare gli attori ma non le storie, i contesti ma non i sentimenti. Ma "Real Gone" quindi? E sempre il solito Waits, ma con qualche novità stilistica interessante che ne testimonia l'inesauribile vena creativa. Manca il piano prima portato in studio e poi abbandonato alla solitudine ai morsi della polvere, e se il tutto si risolve nel consueto blues scuro da ubriaco molesto, scarno e beefheartiano, la musica nera moderna assurge allo stato di protagonista in una serie di composizioni.

Ma andiamo con ordine... "Real Gone" è il disco postmoderno di Waits (l'ennesimo?), intriso di ritmi caracollanti e vuoti adrenalinici laddove ti aspetti chitarre robuste. C'è Marc Ribot in un paio di pezzi, e ciò si avverte nel latineggiante tango sudista "Hoist That Rag"; altrove, invece, il blues sghembo dei primordi incontra dinamiche funk, come in "Metropolitan Glide", o ancora in "Shake It", che egli stesso ha definito "funk cubista" .Veniamo sorpresi da balordi hip-hop incastonati in improbabili rhythm'n'blues, e "Baby Gonna Leave Me" ne è un esempio. Ma non mancano le consuete "murder ballads" waitsiane , con "Dead And Lonely" che aspira a entrare nel novero delle migliori. Chiude degnamente l'album "Day After Tomorrow", personale cartolina di protesta ai signori della guerra.

Tutto qui, né più né meno. L'ennesimo album sopra le righe, "normale" perché politicamente scorretto, come nella tradizione delle opere di Waits, e quindi non sorprendente o rivoluzionario, ma ciò può bastare a renderci felici.

Da qualche parte filtrano mormorii sui nuovi lavori di Cave, Waits e Lanegan; sempre le solite cose, i soliti suoni... album discreti ma non innovativi... Può darsi, ma proviamo a interrogarci, a capire se sono effettivamente fuori tempo massimo, o siamo noi a non saperci più emozionare nell'epoca dell'ascolto industriale. Ma soprattutto proviamo a immaginare un universo musicale senza di loro…

(13/12/2006)

  • Tracklist

1. Top Of The Hill
2. Hoist That Rag
3. Sins Of My Father
4. Shake It
5. Don't Go Into That Barn
6. How's It Gonna End
7. Metropolitan Glide
8. Dead And Lonely
9. Circus
10. Trampled Rose
11. Green Grass
12. Baby Gonna Leave Me
13. Clang Boom Steam
14. Make It Rain
15. Day After Tomorrow

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