Ardecore

Ardecore

2005 (Il Manifesto) | folk

Gli italiani hanno sempre avuto un singolare pudore nei confronti delle loro tradizioni musicali. Sono capaci di impazzire per una festa mariachi messicana, di ubriacarsi con le fanfare balcaniche o di scatenarsi nelle gighe irlandesi, ma guai a tirar fuori dall'armadio quell'imbarazzante vecchio disco di canzoni popolari dello zio o del nonno... Da qualche anno, però, il vento sta cambiando. Si è scoperto così che la taranta può far battere il tempo perfino a Stewart Copeland, che la canzone napoletana (e del Sud in genere) è un serbatoio inesauribile di melodie, che le ballate degli antichi cantastorie possono tornare utili non solo ad Angelo Branduardi.

All'appello mancava però Roma, con la sua tradizione di stornelli, di storie d'amore e di coltelli, di popolane sanguigne e figli di buona donna. Roba per palati forti, buona al massimo per intrattenere i turisti nei ristoranti di Trastevere o intenerire i nostalgici del "reuccio" Claudio Villa. E' quasi titanica, quindi, l'impresa compiuta dagli Ardecore: riesumare quel patrimonio senza tradirne lo spirito, ma attualizzandolo con arrangiamenti moderni. A leggere i nomi dei componenti del gruppo, si scopre però che l'impresa non è stata casuale: dietro al geniale moniker Ardecore (che gioca anche sul termine "hardcore" storpiato in romanesco) si cela infatti un supergruppo comprendente il trio nu-jazz degli Zu, il cantautore folk-blues Giampaolo Felici, il fisarmonicista Luca Venitucci (jazzista, nell'entourage di Lou Reed), il vibrafonista Valerio Borgianelli (pupillo di Steve Reich) e - udite udite - Geoff Farina, chitarrista di un'eminente ex-band post-rock di Chicago, i Karate.

Il progetto nasce nel 2002, quando Zu e Karate dividono il palco della loro tournée europea con Blind Loving Power, la creatura blues-gospel di Felici: all'inzio e alla fine di quelle serate vengono riproposti vecchi stornelli romani. Da qui l'idea di unire le forze per un'operazione di archeologia ed etnologia musicale: riportare alla luce e "sdoganare" i brani più noir della discografia capitolina. Ne è scaturita una raccolta di dieci murder ballads, che tratteggiano una Roma a tinte fosche, più vicina all'immaginario pasoliniano dei "Ragazzi di vita" che ai cliché della "città solare" e del "volemose bene". Narrativa "blues" che parla il gergo universale delle vite al margine, del loro carico di miseria e disperazione.

L'album è diviso in tre "tavole", come nella tradizione dei cantastorie. Nella prima l'ambientazione è quella delle carceri e del malaffare, del dramma, della vendetta e di una religiosità a sfondo pagano. La seconda è dominata dalla morte, che scorre sulle acque limacciose del Tevere. Il terzo trittico è dedicato alla "serenata", nucleo melodico della canzone romana (e italiana in genere). Oscure trame folk-blues pervadono l'iniziale "Come te posso ama' ", lamento di un prigioniero politico per l'amata e la libertà perduta. "Madonna dell'Urione" e "Madonna dell'Angeli" sono due invocazioni dell'aiuto divino. La prima avvolge in languori alla Calexico una scenata di gelosia e di tradimenti. La seconda è la parabola straziante di un uomo che perde la sua bella e il figlioletto, e supplica il cielo di restituirglieli: una magnifica folk-song di oltre sette minuti, tra stacchi di fiati, contrappunti di fisarmonica e una coda free.

Nel secondo capitolo entra in scena il Tevere, divinità pagana e altare di vite a perdere, come quella del "Lupo de fiume" che segue il destino der "…pupo verso la corente un tonfo, in fonno e poi nulla più…" (vibrante interpretazione di Felici, su un arrangiamento reso post dal tocco di Farina e dai luccichii del piano), o del classicissimo "Barcarolo Romano", qui virato verso il blues balcanico. E pare quasi di vedere una Madonna pasoliniana nell'eroica "Popolana" che salva i pupi dalle acque del fiume. A chiudere l'album, il tris di serenate. "L'eco der core" riluce di sonorità tex-mex e culmina in un bella chiosa strumentale. Il "Fiore de gioventù" è un vecchio tango di Petrolini che sboccia in un folk-blues al ralenti, tra Nick Cave e i Black Heart Procession.

La commossa "Serenata de paradiso" affoga la malinconia in un clima jazzy, che prelude alla ghost-track conclusiva (un sonetto del XIII secolo). Sorprende l'equilibrio tra il rispetto dell'austerità degli originali e la loro rilettura "bandistica", che fa leva su esplosioni di fiati à-la Bregovic, paesaggi post-morriconiani di scuola Calexico e ritmi sghembi d'impronta free-jazz. Motore di questi arrangiamenti è l'indiavolato trio Zu, che fraseggia con la fisarmonica e il piano Fender Rhodes di Venitucci e con il vibrafono, il glockenspiel e le percussioni di Borgianelli, lasciando alla chitarra elettrica di Farina un certosino lavoro di contrappunto.
Degne di nota anche le interpretazioni vocali di Felici, che centrifuga passione e rabbia con piglio degno della compianta Gabriella Ferri.

A rendere ancor più allettante l'opera, il ricco booklet di Alessandro "Scarful" Maida, ispirato all'estetica carceraria dei tatuaggi, e il prezzo, 8 euro, come da (meritoria) politica della collana de "Il Manifesto". "Ardecore" è musica vecchia tre secoli, ma che pare composta l'altroieri. Poesia di strada, non ethno-chic. Er core de Roma che sobbalza. E seduce ancora.

(20/04/2005)



  • Tracklist
1. Come te posso amà
2. Madonna dell’Urione
3. Madonna dell’Angeli
4. Lupo de’ fiume
5. La popolana
6. Barcarolo romano
7. L’eco der core
8. Fiore de’ gioventù
9. Serenata de Paradiso
10. Sonetto del XIII sec.
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