Devendra Banhart

Cripple Crow

2005 (XL Recordings) | folk

L'effetto sorpresa, ormai, è finito. Per riuscire ancora a stupire, a Devendra Banhart non bastano più il suo vibrato ubriaco e la nudità della sua chitarra. E così, per il suo debutto lontano dall'ombra familiare della Young God di Michael Gira, il folksinger texano ha pensato bene di smarcarsi dall'ingombrante etichetta pre-war folk cucitagli addosso dalla critica e di dare libero sfogo a quell'eclettismo che aveva già lasciato intravedere nei dischi precedenti.

Che con "Cripple Crow" qualcosa sia cambiato nel mondo di Devendra Banhart lo si capisce sin dalla copertina dell'album, dove un caleidoscopio di colori prende il posto delle tinte sfumate di "Rejoicing In The Hands" e "Niño Rojo". E proprio la scombinata congrega di personaggi raffigurata in copertina, in una foto di gruppo a metà strada tra il Sergente Pepe beatlesiano e la Incredibile String Band di "The Hangman's Beautiful Daughter", dichiara apertamente che stavolta Devendra il Guru ha deciso di abbandonare gli anni della Grande Depressione per tuffarsi a capofitto nella magia dei favolosi anni Sessanta, con tanto di misticismo indiano d'ordinanza e spiriti guida a fare capolino tra le fronde.
Intendiamoci, quella di "Cripple Crow" non è una rivoluzione, ma semmai il naturale sviluppo di quel percorso che, dalla frammentarietà di "Oh Me Oh My…", ha condotto Banhart alla consacrazione dei due album gemelli pubblicati nel 2004. Il suo approccio da giullare allucinato, insomma, non cambia neppure in questo nuovo lavoro, ma si veste soltanto di abiti più sgargianti, senza preoccuparsi di poter apparire pacchiano.

Accasatosi alla XL Recordings, la stessa etichetta degli White Stripes, Devendra Banhart si affranca dal lo-fi degli esordi, grazie a una produzione che privilegia la pulizia del suono alla più ruspante spontaneità. Ad affiancarlo ci sono Andy Cabic dei Vetiver, Noah Georgeson dei Pleased e Thom Monahan dei Pernice Brothers, oltre alla backing band che lo accompagna di solito sul palco e a una schiera di collaboratori assortiti. Il risultato è che "Cripple Crow" si presenta molto più come la festa di uno zingaresco collettivo che non come il solitario delirio di Devendra: un approdo, questo, che risente senz'altro dell'esperienza live maturata lo scorso anno.

L'apertura di "Now That I Know", con il suo lieve passo da Nick Drake trasognato, illude che Banhart sia ancora lì soltanto con la propria chitarra e un palpito di violoncello. Ma bastano pochi brani per imbattersi nella stoccata kinksiana di chitarra e batteria di "Long Haired Child", che con i suoi squarci acidi sembra voler guardare ai Sixties attraverso le lenti colorate dei Coral. Ed è proprio in questo sbilenco rock 'n' roll che esce allo scoperto il volto del nuovo corso inaugurato da "Cripple Crow", un baccanale in cui le filastrocche stonate di "Feel Just Like A Child" e "Chinese Children" sembrano affidate a un Elvis reduce da un'indigestione di peyote.
Le infiorescenze psichedeliche di "Cripple Crow" conducono così al sogno acido di "Lazy Butterfly", un raga a base di sitar e percussioni che sembra materializzarsi dalle visioni di un vecchio santone, mentre i flauti e le maracas di "Santa Maria Da Feira" danzano intorno al fuoco di una spiaggia caraibica.

Ma non ci sono solo gli anni Sessanta, tra le fonti cui attinge "Cripple Crow". Non mancano infatti i numeri degni di un'orchestrina da saloon, come il ragtime di "Some People Ride The Wave", e neppure le ballate rubacuori da juke-box anni Cinquanta, come quella che nasce in coda a "Long Haired Child" o come il lento alla Roy Orbison di "Little Boys", che si trasforma nel bel mezzo in un siparietto degno del Rocky Horror Picture Show.
Nonostante tutto, però, è solo quando Devendra Banhart lascia parlare ancora una volta la semplicità della sua anima country-folk che "Cripple Crow" riesce davvero a convincere. È facile allora scoprire nell'intreccio di piano, batteria e coretti di "Heard Somebody Say" una leggerezza impalpabile che sembra appartenere ai Belle & Sebastian del "periodo verde". E nell'incantevole dolcezza di "Queen Bee" e "Korean Dogwood" o nelle trame felpate di "Cripple Crow" sembra quasi di riuscire a intravedere Donovan impegnato a fumare uno spinello in compagnia di Neil Young.

La maggiore ricchezza di arrangiamenti di "Cripple Crow" non significa però che Banhart abbia deciso di rinunciare a quell'inconfondibile senso di obliqua incompiutezza che rappresenta una delle costanti della sua musica. Ma rispetto all'equilibrio raggiunto in "Niño Rojo", stavolta le sfilacciature non mancano nelle ben ventidue canzoni dell'album. I brani più movimentati si fermano spesso a un livello bozzettistico, mentre gli ormai immancabili episodi spagnoleggianti (compresa una cover di "Luna De Margarita" del vecchio songwriter venezuelano Simon Diaz) sembrano avere preso un po' la mano a Devendra e la loro burlesca melodrammaticità di nenie gitane finisce per appesantire fin troppo la già considerevole durata del disco, che supera i 70 minuti di lunghezza.

I temi dell'album ricalcano i consueti confini della poetica di Banhart, dalla dimensione infantile di "I Feel Just Like A Child" ("From my womb to my tomb / I guess I'll always be a child") fino al panteismo indistinto di "Quedate Luna" ("Mira a Dios en el aire / Mira a Dios en el mar (…) Dios vive afuera y adentro también"). In più di un passaggio, però, il folksinger americano sembra adagiarsi più banalmente del solito tra i luoghi comuni, correndo il rischio di finire a fare la parte dello stereotipo del fricchettone. È il caso dell'ode capellona di "Long Haired Child" e del pacifismo scontato di "Heard Somebody Say", in cui Devendra ricalca le protest song del passato: "I heard somebody say / That the war ended today / But everyone knows it's goin' still. / Our motherlands and motherseas / Here's what we believe / It's simple / We don't want to kill".

A "Cripple Crow" bisogna riconoscere il coraggio di una volontà di cambiamento che riesce a non rinnegare l'identità del suo autore. Ma non si può neppure fare a meno di riconoscere che la nuova strada intrapresa da Banhart sconta ancora qualche incertezza di troppo, pur consentendo a "Cripple Crow" di presentarsi come il disco di più immediato impatto tra quelli sinora pubblicati dal texano. Come quel bambino che dichiara orgogliosamente di essere, a volte Devendra sembra non voler distinguere il gioco dalla realtà, la verità dalla parodia: c'è solo da chiedersi se la sua Arcadia floreale continuerà a rimanere un giardino dell'Eden fuori dal tempo o se l'ombra del primo serpente ha già cominciato a profilarsi ai suoi cancelli.

(24/11/2016)

  • Tracklist
1. Now That I Know
2. Santa Maria De Feira
3. Heard Somebody Say
4. Long Haired Child
5. Lazy Butterfly
6. Quedate Luna
7. Queen Bee
8. I Feel Just Like A Child
9. Some People Ride The Wave
10. The Beatles
11. Dragonflys
12. Cripple Crow
13. Inaniel
14. Hey Mama Wolf
15. How's About Tellin A Story
16. Chinese Children
17. Sawkill River
18. I Love That Man
19. Luna De Margarita
20. Korean Dogwood
21. Little Boys
22. Canela
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