OndaRock



1. Cronaca nera
2. La guerra è finita
3. Sergio
4. Revolver
5. I provinciali
6. Il corvo Joe
7. Un romantico a Milano
8. A vita bassa
9. Perché una ragazza di oggi può uccidersi?
10. Il nulla
11. Cuore di tenebra



BAUSTELLE

La Malavita
(Warner) 2005
pop
Terza prova in studio per uno dei gruppi italiani "indie" più promettenti, i Baustelle di Francesco Bianconi. Stavolta, come da tempo si auguravano, è un colosso come la Warner a cercarli e a promuoverli per l'ambizioso e atteso "La Malavita". Certo, passare alla Warner dopo una ferrea dieta a base di lodi della critica - unico alimento della scena indipendente italiana - ha dei vantaggi pazzeschi: il bel brano strumentale da noir anni 70, "Cronaca Nera", fa da colonna sonora ai promo dei programmi tv; le maggiori frequenze nazionali passano il singolo "La Guerra E' Finita" e la promozione del disco gira nientemeno che su Mtv. Meritata popolarità, sicuramente, visto che questo è un po' il disco della sintesi per i Baustelle.

Come sempre, l'originalità spontanea dei testi destabilizza piacevolmente l'ascoltatore, abituato alle trite rime sanremesi "cuore-amore" (non c'è confronto con: "con una bic profumata/ da attrice bruciata" e neppure con "l'erba/ ti fa male se la fumi senza stile"). La liricità di Bianconi è qualcosa di stupefacente, tipo Garinei/Giovannini/Kramer con lo spirito di Fausto Rossi, o l'unificazione dei vocabolari di Mogol e Panella: che le canzoni parlino di amore, di suicidio, di uccelli o del cielo, il suo immaginario colpisce per l'intensità immediata e la sottile ironia. Per non parlare del suo inconfondibile modo di cantare: Francesco Bianconi è un anticrooner al pari di un De André o di un Paolo Conte, con quel tono standard che personalizza, anzi unicizza, la sua interpretazione. Ne "La Malavita" canta quasi tutte le canzoni, lasciando alla pur brava Rachele Bastreghi la bella "Revolver" e poco altro.

Per quanto riguarda i contenuti e le atmosfere, vero è che questo album ha un alone di serietà rispetto ai precedenti, ma è anche vero che spesso è proprio il gusto dolce-amaro delle canzoni che finisce a denti stretti col far risaltare un certo romanticismo che da sempre ha caratterizzato i Baustelle, ben distinto dal quello classico della canzone pop italiana. La voce narrante non può che essere infatti quel dandy svogliatamente sexy del Bianconi, con i suoi miti pop degli anni 60 e gli inguaribili riferimenti storico-culturali da intellettuale tormentato: Poe, Dante, Van Gogh, Piero Manzoni. Ma parliamo della musica. Se il songwriting rimane sempre di livello, con punte di eccellenza come "Il Corvo Joe" o lo stesso singolone blandamente new wave "La Guerra E' Finita", il disco, soprattutto alle orecchie di chi i Baustelle li conosce da vari anni, presta il fianco ad alcune critiche.

Uno dei difetti di sempre dei Baustelle è la tendenza a "sbrodare" nei ritornelli, soprattutto dopo inizi fantastici. Se questa in precedenza poteva essere solo una capricciosa critica da indie-snob, adesso è un appunto necessario per canzoni come "Sergio", "A Vita Bassa" e soprattutto "Un Romantico A Milano", penalizzatissima dal ritornello. Oltretutto, un paio di pezzi sono malamente insignificanti, ovvero "Il Nulla" e "Perché Una Ragazza Di Oggi Può Uccidersi", che è la loro peggior canzone di sempre. Non si può resistere al domandone del caso: colpa della Warner? Di quei brutti cattivoni che decidono quello che bisogna ascoltare e monetizzano la musica? Ovviamente, è ben lungi da qui stigmatizzare per principio produzioni di un certo calibro che sono tutt'altro che limitanti per un artista; anzi, ci sono esempi di grandi della musica italiana hanno fatto il comodo loro proprio grazie al generoso contratto di una major (Battisti e Fossati).

Regole del mercato a parte, sta di fatto, peraltro, che certe scelte, certamente volute (mi riferisco in particolare al "chitarrismo" spiccato dell'album), non aiutano ad alleggerire le numerose ridondanze in "La Malavita"; appesantiscono invece la produzione, appiattendo i suoni e riducendo i freschi ritocchi e contorni musicali, che popolavano i precedenti lavori, a meri riempitivi interstrofa. Ad esempio, in un bel pezzo come "I Provinciali", era proprio necessaria quella coda in distorsione fastidiosamente subsonichiana, seguita peraltro da una chiusura orchestrale che c'entra poco o nulla? Buone prove, invece, la marcetta di "Cuore Di Tenebra", o "Revolver", dove la bella interpretazione di Rachele riporta con la mente ai primi passi dei Baustelle.

Insomma, i suoni saranno anche curati, ma sono proprio gli arrangiamenti a sembrare a volte poco adeguati. A scanso di equivoci, non è il passato dei Baustelle che qui si rimpiange (anzi, ben venga il loro contributo a una scena italiana "mainstream" ormai inascoltabile), bensì un'occasione in parte sprecata di valorizzare delle doti musicali che sono ben lontani dall'aver perso: l'originale approccio al pop, la bella sintesi di influenze musicali, le splendide melodie da "dolce vita", il gusto per gli arrangiamenti particolari, per non parlare del già menzionato talento lirico-compositivo di Bianconi. "La Malavita" è, per chi scrive, il peggior disco dei Baustelle, eppure suona meglio di qualsiasi produzione italiana del 2005. Sarà poi così poco?