Bjork

Drawing Restraint 9

2005 (Polydor) | elettronica, avant-pop

"Drawing Restraint 9" è la nuova opera più o meno filmica di Matthew Barney, la prima dopo il fortunatissimo ciclo di Cremaster. Tutti già lo sanno, ma vi ricordo comunque che è anche l'attuale compagno di Björk, che con lui compare come attrice nella pellicola. Dopo la prima veneziana sono fioccate le spiegazioni/interpretazioni dell'opera, ma ciò su cui tutti sembrano essere d'accordo è che "Drawing Restraint 9" sia un'enorme dichiarazione d'amore indirizzata proprio a Björk.

La colonna sonora di "Drawing Restraint 9", dunque, non poteva che essere un'estrema risposta. Un'altra dichiarazione d'amore che, come per ogni brava eroina di Lars Von Trier (e la nostra ne sa qualcosa), passa dall'annullamento di sé. E tale annullamento si riscontra in tanti piccoli grandi aspetti di questo lavoro, oltre che nel film stesso.
Sono molti gli elementi, infatti, che ci suggeriscono che questo disco non fa parte della produzione ordinaria dell'islandese. Innanzitutto la copertina, che per la prima volta in un album a suo nome non la ritrae. Anche le immagini del booklet (splendide, soprattutto l'incantevole fotografia della coppia), pure quelle in cui è presente, vengono tutte dritte dritte dall'immaginario barneyano e non da quello di Björk, ivi compreso il simboletto con la balena, stemma della pellicola avente la stessa forma di quelli associati a ognuno dei cinque capitoli del ciclo di Cremaster. Già sulla costoletta le cose sono messe bene in chiaro: questa è musica per il film "Drawing Restraint 9" di Matthew Barney.
Il titolo stesso doveva mettere in guardia: per la prima volta non è composto da una sola parola. Una sola volta questa regola aurea era stata leggermente forzata, riunendo in un unico sostantivo il nome "Selma" e il sostantivo "songs". E infatti si era così formato il titolo del meno personale degli album di Björk, anch'esso una colonna sonora.
E mai e poi mai si era visto, su un album a nome suo, un brano che la nostra non ha scritto né cantato né suonato. E' "Holographic Entrypoint", "composto" da Barney in persona e sul quale torneremo in seguito.

Si nota subito, tuttavia, che i temi evocati dalla pellicola e dai titoli ben si legano con una delle direzioni di "Medúlla", quella oceanica e sottomarina, ma anche con le atmosfere "artiche" di alcuni brani di "Vespertine". E con questo passiamo all'ascolto.
Si inizia bene, con un'affascinante lettera di ringraziamento affidata alla voce gentile di Will Oldham e all'arpa di Zeena Parkins. E' la versione musicata di una lettera realmente scritta nel 1946 da un cittadino giapponese al generale MacArthur, per dimostrargli la sua riconoscenza per aver sospeso la moratoria alla caccia alle balene. Il climax si tocca sul finire, con il coro di bambini, ineducato e dolcissimo.
Da "Pearl", tuttavia, si viaggia su mari già navigati altrove, e con più successo. Qui sembra un'outtake di "Medúlla". La voce di Tagaq, già ospite nel disco dello scorso anno, disegna i singhiozzati riccioli gutturali che accompagnano lo sho di Mayumi Miyata, vera e propria virtuosa di questo strumento tradizionale giapponese. Potete vedere sia lei che lo sho appena rimuovete il cd dal case.
Poi c'è un repertorio di accompagnamento strumentale ma decisamente à la Björk. I campanelli e il clavicembalo di "Ambergris March", le nude voci sovrapposte e i sussurri di pianoforte in "Bath", i björkismi più tipici di "Cetacea" (altra traccia intrisa degli umori di "Medúlla"), il finale lasciato allo sho di Mayumi Miyata.

Si distinguono invece la nebbiosa fanfara spettrale di "Hunter Vessel", probabilmente il brano più "colonna sonora" di tutti, e la sua reprise "Vessel Shimenawa", separate da un assolo di sho. "Storm", il brano migliore, si era già sentito dal vivo, qualche volta. E non sembra un caso che sia quello più vicino alla Björk "classica". Lei, potente dea marina, canta su una struttura notturna e incredibilmente kraftwerkiana ("Hall Of Mirrors": è l'ostilità della natura lo specchio dell'anima?). Non è l'uomo a cantare la sua solitudine nella tempesta, ma la tempesta stessa a cantarla all'uomo. Madre, sirena, assassina.

Dopo il meglio, però, il peggio. A "Holographic Entrypoint", avevamo fatto cenno precedentemente. Si tratta di un testo scritto da Matthew Barney, tradotto in giapponese e recitato secondo i dettami del teatro No per dieci minuti tondi. Probabilmente vedere la parte del film a cui questa traccia corrisponde sarà un'esperienza affascinante, come affascinante è la più antica delle tradizioni teatrali giapponesi, ma su disco dieci minuti di pura recitazione sono ai limiti dell'insopportabile. Nemmeno si tratta di qualcosa di mai sentito su cd, se è vero che alla fine sembra di ascoltare il Keiji Haino di "Tenshi No Gijinka", sì, ma con oltre dieci anni di ritardo, meno urla e meno musica. Non esattamente quella che si definisce un'esperienza appagante.
Anche da questo brano, nel quale Björk si limita a un'onesta e discretissima produzione, si capisce quanto diverso, quanto meno personale sia alla fine "Drawing Restraint 9". Un album che mette bene in evidenza la sua natura di colonna sonora, di accompagnamento musicale, più che di opera dotata di vita propria, come era invece anche "Selmasongs".

(10/06/2012)

  • Tracklist
  1. Gratitude
  2. Pearl
  3. Ambergris March
  4. Bath
  5. Hunter Vessel
  6. Shimenawa
  7. Vessel Shimenawa
  8. Storm
  9. Holographic Entrypoint
  10. Cetacea
  11. Antarctic Return
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