Books

Lost And Safe

2005 (Tomlab) | folktronica

La musica dei Books è un puzzle che si scompone e ricompone a ogni ascolto. Di certo se ne sa solo l'origine: la tradizione folk-country e bluegrass americana; il resto è la sua triturazione in un ammasso di frattaglie sonore che solo a tratti lasciano balenare una parvenza di "forma-canzone". Ferri del mestiere del duo americano-olandese formato da Nick Zammuto Willscher e Paul De Jong sono, da un lato, le forbici del taglia e cuci, che divorano i suoni facendoli a pezzetti, dall'altro, il "collante", ovvero la collezione di sample e found sound (la "libreria" da cui prendono il nome), che va a comporre un collage musicale del tutto inedito. Come ogni rompicapo che si rispetti, anche il loro richiede pazienza, curiosità, capacità d'osservazione, ma alla fine riesce sempre a ripagare l'ascoltatore.

Se l'esordio "Thought For Food" (2002) aveva stupito il mondo facendo gridare al miracolo della "folktronica", il successivo "The Lemon Of Pink" aveva consolidato la fama del gruppo, con la sua bislacca rivisitazione della storia giapponese a colpi di cut-up. Ora, questo "Lost And Safe" si propone come la definitiva messa a fuoco di un esperimento nato quasi per gioco e divenuto uno dei "casi" più clamorosi del panorama indie degli ultimi anni.

Abbandonato il gelido appartamento-studio di North Adams per una più accogliente casa vittoriana, sempre nel Massachusetts, i due pionieri della folktronica proseguono l'opera di ibridazione tra strumenti acustici tradizionali (violoncello, chitarra, mandolino, banjo) e marchingegni elettronici assortiti; in più "Lost And Safe" incorpora un nuovo set di suoni e di trattamenti strumentali, includendo tastiera vintage (recuperata in uno scantinato in Olanda e poi restaurata) e registrazioni elettroacustiche casalinghe. Rispetto al passato, il duo spinge maggiormente sull'integrazione tra testi originali e campioni, cercando di dar forma a qualcosa di più prossimo al concetto di "canzone" e di valorizzare i progressi di Zammuto al canto. Ne scaturiscono undici tracce che, se perdono qualcosa in genialità e imprevedibilità, riescono comunque a conservare la freschezza di una formula che, alla terza prova, rischiava di mostrare la corda.

Resta sopratutto quell'ironia sottile che ha sempre garantito ai due di non tracimare in un cerebralismo da dissezionatori di cadaveri (musicali). Così l'omaggio a "Venice", con tanto di frasi rubate in italiano ("così, più in là"), è un souvenir grottescamente esotico, incentrato su un dialogo asincrono voce-musica, con caldi battiti e applausi campionati di contorno; l'animata descrizione dell'enigmatico Mr.Maps è resa surreale dal trambusto delle percussioni ("An animated description of Mr. Maps"); mentre in "If Not Now, Whenever" è addirittura lo squillo di un telefono a "contrappuntare" chitarra e voci in una deliziosa miniatura dadaista.

Altre volte i Books suonano come la versione glitch di Simon & Garfunkel. E' il caso di "Smells Like Content", saggio su come scarnificare una serenata acustica lasciandone solo, in trasparenza, un'esile cartilagine armonica, o della conclusiva "Twelve Fold Chain", ballata in punta di voce per corde delicate, crepitii lo-fi e accordi via via più abulici, che si sfaldano del tutto nel finale. Nei momenti più contemplativi, i due si rifugiano in una ambient-music da sonnambuli sublimata dall'iniziale "A Little Longing Goes Away": pochi accordi ad abbozzare un etereo acquerello, bisbigli, ronzii, lievi dissonanze che increspano lo sfondo in lontananza; praticamente una ballata country vivisezionata e decomposta.

Questa propensione alle sonorità soffuse, quasi da camera, torna in "Vogt Dig For Kloppervok", dove una intro d'archi sfuma in un campionario di glitcherie assortite, con un arpeggio di chitarra che tenta di mantenere un minimo di rotta in un vortice di voci trattate, ticchettii di percussioni, porte che si aprono e si chiudono; o ancora in "It Never Changes To Stop", solita declamazione, stavolta leggermente più "isterica", su un oceano d'archi, con il banjo a dettare il tempo. Le forbici dei Books riescono a fare a pezzettini finanche un potenziale rap ("Be Good To Them Always"), tramutandolo in un videogame al ralenti per voci campionate, percussioni saltellanti e vertigini di tastiere; e il testo non è meno beffardo: "Oh how sadly we mortals are deceived by our own imagination", recita una strofa.

Giunti alla fine dell'ascolto, si ha la sensazione di aver vissuto un lungo "stream of consciousness", ora serio, ora puramente canzonatorio. Un esercizio di stimolazione intellettuale certamente intrigante, anche se a volte viziato da qualche manierismo di troppo. Il repertorio di trucchi del duo resta ampio, ma forse comincia a patire la mancanza di un'impalcatura più propriamente "musicale". Paradossalmente, proprio il tentativo di dare vita a un album di "canzoni", a una sorta di cantautorato sui generis, è l'aspetto meno riuscito del disco. Ma in fondo - sembrano dirci i Books - è solo musica da ascoltare per sentirsi al sicuro quando ci si è perduti. O viceversa.

  • Tracklist
1. A Little Longing Goes Away
2. Be Good To Them Always
3. Vogt Dig For Kloppervok
4. Smells Like Content
5. It Never Changes To Stop
6. An Animated Description Of Mr. Maps
7. Venice
8. None But Shining Hours
9. If Not Now, Whenever
10. An Owl With Knees
11. Twelve Fold Chain
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