Calla

Collisions

2005 (Beggars Banquet) | alt-rock

L'idea che comporre buone melodie pop sia più facile di imbastire dilatate ambientazioni strumentali è ormai, fortunatamente, tramontata da un pezzo. Più dura a morire, invece, è la convinzione di poter fare agevolmente la prima cosa se si è già stati in grado di cavarsela con la seconda. Evaporata la stagione del post-rock, tra i suoi alti (alcuni dei capolavori assoluti degli ultimi dieci anni) e i suoi bassi (assai più numerosi di quanto si lasci comunemente intendere), molti dei suoi alfieri si sono ritrovati in una sorta di "terra di nessuno", alla ricerca di nuove soluzioni melodiche con cui poter rimpiazzare le vecchie (e superate?) intelaiature strumentali. In pochi l'hanno sfangata. L'impressione è che ora in questo limbo siano finiti anche i Calla, trio newyorkese di origini texane, con all'attivo alcuni degli album più interessanti dell'ultimo lustro, al crocevia tra post-rock, slow-core e cupezze d'ascendenza dark-wave.

Già il precedente "Televise" (2003) aveva ritagliato le allucinazioni desertiche e i paesaggi morriconiani di album come "Calla" (1999) e "Scavengers" (2001) nella cornice di un rock chitarristico più convenzionale, seppur sempre prossimo a collassare su sé stesso, sotto il peso di una costante tensione nervosa. Ora, con "Collisions", debutto su Beggar's Banquet, i Calla gettano definitivamente la maschera, consegnandosi anima e corpo al nobile mestiere degli artigiani pop. Mestiere non facile, però, come si diceva. E infatti, al primo colpo, Aurelio Valle e soci mancano il bersaglio. Le ambientazioni inquiete e notturne dei dischi precedenti si stemperano in un pugno di ballate para-wave, di quelle che infarciscono ormai interi palinsesti di radio para-alternative. Valle conserva la sua classe e il suo tocco raffinatamente "post", ma li mette al servizio di un songwriting sempre più autoreferenziale e sempre meno vibrante.

Le buone nuove vengono semmai dal ripescaggio del "lato oscuro" del pop 80 d'oltremanica (Chameleons, Echo & The Bunnymen, The Cure), seppur non sempre sostenuto da un adeguato ventaglio di soluzioni melodiche. Ne scaturisce un disco che è un continuo avvicendarsi di illusioni e delusioni, in un involucro accuratamente levigato in sede di produzione. "It Dawned On Me", ad esempio, indovina un attacco epico e un drumming indiavolato, ma si snoda poi in modo prevedibile. "Initiate" suona come dei Cure (fase pop) cotti dal sole del deserto. "This Better Go As Planned" ti adesca con il suo riff spezzato à-la Interpol, ma si arena in un accademico power-pop. "Play Dead" ti scalda con le sue chitarre arroventate, prima che un refrain alla camomilla provveda a raffreddare gli entusiasmi.

Le intuizioni non mancano, insomma, ma raramente trovano adeguata realizzazione nell'intero sviluppo dei brani. Il canto sommesso e sornione di Valle (a metà tra Elliott Smith e Conor Oberst), il basso pulsante di Peter Gannon (ormai in pianta stabile al posto del dimissionario Donovan) e qualche tintinnio di piano non bastano a salvare l'ascoltatore dagli sbadigli in "Pulverized", né i pulsanti pattern del batterista Wayne Magruder riescono a riscattare la monotonia di "Swagger". Meglio, semmai, lasciarsi cullare dallo psych-pop atmosferico di "Stumble" o dalla calma piatta di "Imbusteros". Alla fine, oltre agli spunti più o meno incompiuti di cui sopra, resta nel cuore soprattutto il brano più lungo del lotto, la conclusiva "Overshadowed", che dopo un inizio stentato, si impenna in un bel volo radente di chitarre, supportato dall'infuriare del drumming.

Quello di "Collisions", insomma, è un alt-rock di maniera, che può anche piacevolmente intrattenere per i suoi 41 minuti, ma che - soprattutto all'orecchio di chi è più avvezzo a certe sonorità - rischia di far suonare ormai i Calla come mille altri gruppi indie di questo mondo.

(26/10/2009)



  • Tracklist
1. It dawned on me
2. Initiate
3. This better go as planned
4. Play dead
5. Pulvarized
6. So far, so what
7. Stumble
8. Imbusteros
9. Testify
10. Swagger
11. Overshadowed
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