Caribou

The Milk Of Human Kindness

2005 (Leaf) | avant-pop

Dan Snaith è uno che prende a morsi gli arbusti canadesi. Prima era in provincia (Manitoba), ora diventa una selvatica renna del nord piena di corna (Caribou), ferma restando la sua solenne compassione per chi l'ha legalmente costretto a sedersi su un lettino e pensare al cambio d'identità (quel geniale/grottesco pagliaccio di Handsome Dick Manitoba dei Dictators). E' rimasto talmente sbalordito dall'esser rotolato sino a uno studio di scartoffie, che ha attaccato i giornali alle pareti delle sue stanze, preso un pennellino e minuziosamente ripitturato il tutto dello stesso colore, dando via libera al senso di continuità e al tono fanciullesco.

Caribou è così il parto di una one man band non figurante tra le ennesime, di un animalesco progetto che, tra spruzzi di neve e (re)mix, ridisegna le sagome di un muro attraverso cui passano i piccoli fantasmi, aiutati da una musica che agisce sopra il banco, lasciando di sotto le briciole della merendina. Ecco, allora, il richiamo di asili, altalene e cavallucci, immaginati in una bolla di sali da bagno, mentre fuori gira un motore ad acqua che sostiene l'era dell'elettronica posticcia. "The Milk Of Human Kindness" è un disco giullaresco, più spensierato del non meno splendido "Up In Flames" (Leaf 2003, a nome Manitoba), sempre in bilico tra la pedissequa approvazione del "manifesto" e il classicismo di certa avanguardia teutonica. Senza premere "stop" per far fuori la canzoncina.

L'inizio ("Yeti") è un turbinio di carillon che ti avvisano del palo di fronte, tra pause in campionamento e ricche tavolate percussive. Vengono alla mente teneri saltelli e movimenti della testa, quasi come se nello spazio si lanciasse la biglia e si giocasse a campana. Caribou si diverte a fare il filo a se stesso, consapevole dell'eccellente stampo Manitoba, e si concede lunghe passeggiate su tracce shoegazing, rendendo notevole l'influsso del movimento in tutte le stesure compositive, sia per l'astrattezza dei gusci che per le inconfondibili melodie.

La fine ("Barnowl") fa capire che tutto, nel frattempo, si è mosso per ripartire con l'autobus delle 7:30 del mattino, come quando una giornata finge di sommarsi all'altra anche per forma. Simili incontri, simili intermezzi, simile impostazione canora in uno sguardo su dal trampolino, evitando accuratamente di tuffarsi dove si tocca. Forse i ritmi sono aumentati, al pari delle emozioni. Quel che resta è quel che si ripete, uno strano e piacevolissimo senso di orecchiabilità ispirato dalla voglia di fuga, come hanno insegnato gli Stereolab. Il buon Snaith, pure alla consolle della produzione, non si lascia mai scappare il pleonastico. E allora è inevitabile che le stesse tappe intermedie siano erte al ruolo di primedonne parimenti bellissime, come quando "Lord Leopard" si ritaglia un posticino tra i controtempi hip-hop, accerchiata da linee classiche in ripetizione. O come quando "Subotnick" fa un giro negli anni Cinquanta del quasi minimalismo elettronico, salvo poi tramutarsi nell'incedere irrefrenabile di "A Final Warning", con gorgheggi vocali a denunciare i dirottamenti tra le stelle.

Ma allora questi sono suoni di un altro sistema, suoni che turano il naso ai duri di cuore e che risvegliano i sensi delle anime romantiche rimaste alla Germania dei diavoli. Foresta nera, si diceva. "Bees", perla centrale dell'ottimo lavoro, non può che rimandare ai Neu!, ingigantendo la sensazione di spalancare le orecchie innanzi a una loro qualsiasi opening track. Restando però fedele al richiamo di un canto semplice e corale, come se "Hallogallo" la boccheggiassero i fratelli Wilson. Caribou non stanca mai, si dilegua nell'elettronica partendo dall'usuale di moda. E così, mentre "Hello Hammerheads" è rannicchiata su un arpeggio di chitarra acustica che asciuga i muscoli di certo folk del dopo-dopo guerra, l'ultima pennata battezza la petulanza techno di "Brahminy Kite", forse la soluzione compositiva più originale del disco. E' una sorta di smacco alle trame vocali di certo synth-pop, attraverso cadenze degne dei Chemical Brothers.

Caribou torna poi alle tastiere Disney e ai tintinnii che riesumano l'iniziale carillon in "Pelican Narrows", altro momento dedicato alle decisioni da prendere in un nodo cruciale qual è quello pre-fine. Calma e relax prima di tracciare il solito, delineato, impeccabile solco. Mille di questi dischi, direbbe lo scritto qualunque.

(21/06/2010)

  • Tracklist
1. Yeti
2. Subotnick
3. A Final Warning
4. Lord Leopard
5. Bees
6. Hands First
7. Hello Hammerheads
8. Brahminy Kite
9. Drumheller
10. Pelican Narrows
11. Barnowl
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