Vic Chesnutt

Ghetto Bells

2005 (New West) | songwriter

Vic Chesnutt, finalmente, è tornato. Era ormai dalla fine degli anni Novanta che sembrava essersi smarrito. Perso in progetti inutilmente pretenziosi che avevano risucchiato il suo genio, come gli ultimi "The Salesman & Bernadette" e "Silver Lake", del suo scarnificato e immaginifico songwriting sembravano ormai essersi perse le tracce. Solo qualche collaborazione eccellente con gente come Giant Sand e M Ward concedeva ancora il brivido di sentire la sua voce in un contesto degno del suo talento, oltre alla vera e propria messe di bonus tracks inserita nella riedizione dei suoi ormai introvabili primi album.

Con "Ghetto Bells", Vic Chesnutt non abbandona la ricerca di un suono più raffinato e complesso rispetto a quello degli esordi, ma ritrova quell'essenzialità capace di permettere alle sue composizioni di elevarsi in tutta la loro forza. D'altra parte, la presenza accanto al cantautore georgiano di due mostri sacri come Bill Frisell e Van Dyke Parks non poteva che contribuire a regalare alle intuizioni della penna di Chesnutt una veste musicale dal prezioso equilibrio.

Tutto nasce dal sogno coltivato per anni dal produttore John Chelew di far incontrare Vic Chesnutt con il batterista Don Heffington, già nei Jayhawks e nei Lone Justice, sotto la supervisione di Van Dyke Parks. Un sogno che si è realizzato nel 2004, quando nello studio di Heffington a Los Angeles si sono riuniti, insieme al padrone di casa, proprio Chesnutt, Parks e Frisell, con la collaborazione di Liz Durrett alla voce, oltre che di Dominic Genova e della moglie di Vic, Tina Chesnutt, al basso. Una formazione compatta e impeccabile, che lascia da parte gli orpelli per concentrarsi sul cuore della musica di Chesnutt. E mai come stavolta l'aria che si respira nelle sessioni di registrazione è densa di un sapore notturno e lunare, che conduce Chesnutt, ormai superata la fatidica soglia dei quaranta, al raggiungimento della piena maturità.

Sin dalle prime note dell'iniziale "Virginia", il tocco di Van Dyke Parks suona inconfondibile, con quel canicolare effluvio di archi che conferisce un'epica drammaticità alla voce di Chesnutt. Ma si tratta di un episodio isolato, perché nel resto del disco il vecchio sodale di Brian Wilson preferisce lavorare sui dettagli piuttosto che rincorrere le proprie suggestioni sinfoniche. E così, eccolo alla fisarmonica, impegnato a far riecheggiare le ultime luci di una festa in lontananza in "Ignorant People" o a disegnare fughe verso miraggi incantati in "Rambunctious Cloud".

La chitarra di Frisell, intanto, tesse fili argentati nell'ipnotico intarsio di "Forthright", per poi inacidirsi piena di riverberi in "Little Caesar". Perfetto contraltare della voce di Chesnutt, squarcia con i suoi lampi la marcia cupa e tagliente di "Got To Me" e rimane fremente come una brace accanto alle vampate d'organo di "To Be With You", che sembrano uscite da qualche sanguinante pagina del Dylan di "Time Out Of Mind".

Se la semplicità acustica di "The Garden" rimanda direttamente ai primi giorni della carriera di Chesnutt, è nei brani più lunghi e stratificati come "Vesuvius", "Forthright" e "Rambunctious Cloud" che deve essere cercata la vera essenza del disco, con la sua aspirazione a litanie dalle forme articolate e ricche di sfumature, anche se certo non rivoluzionarie. Una ricerca che porta la conclusiva "Gnats" ad avventurarsi su uno screziato tappeto percussivo quasi Califone, lasciando che il falsetto di Chesnutt possa librarsi con i suoi ieratici arabeschi sugli aghi della chitarra di Frisell.

Nonostante qualche passaggio più sghembo e meno convincente, come il gioco di botta e risposta con il controcanto femminile della nipote Liz Durrett in "What Do You Mean?", "Ghetto Bells" è dopo anni il primo disco di Vic Chesnutt a poter essere paragonato con classici del calibro di "Is The Actor Happy?" e "West Of Rome", pur rimanendo sempre su un gradino inferiore.
I rintocchi delle "campane del ghetto" risuonano in lande su cui sembra aleggiare l'ombra di un'invisibile minaccia incombente. Nelle terre di questa desolazione, il potere assoluto di un grottesco "piccolo Cesare" è l'unica divinità rimasta da adorare. "Little Caesar has a mandate, now there is no doubt/ The blessing of the Senate and the citizenry, Rome is bowing at his feet/ What will he do with all his power, what'll little Caesar do now?". È un'invettiva politica spietata in forma di sarcastico peana, "Little Caesar", molto più di un semplice e contingente "j'accuse" nei confronti dell'amministrazione Bush.

L'orizzonte è ingombro di nubi livide e cariche di tempesta. La pioggia che sta per abbattersi in "Rambunctious Cloud" è pronta a manifestare una forza primordiale e atavica: "The same water/ That the dinosaurs drank/ Is the same water/ That the Persian fleets sank in/ The very water that moistened the primordial ooze/ Is now hammering on my metal porch roof".
È come essere sull'orlo di un'eruzione, è come cercare di fermare il sangue che sgorga da una ferita aperta con un pezzo di scotch. Un'eruzione invisibile dall'esterno, un'eruzione che si consuma all'interno dell'io, frantumato e reso schiavo fino quasi a smarrirsi definitivamente. "Ugly eruption, Vesuvius/ Vesuvius at myself".

Ma finché ci sarà qualcuno ancora capace di cantare con lo slancio aspro e dolce di Vic Chesnutt, possiamo stare certi che la scintilla irriducibile di quell'io non potrà venire spenta così facilmente.

(09/09/2013)

  • Tracklist
  1. Virginia
  2. Little Caesar
  3. What Do You Mean?
  4. Got To Me
  5. Ignorant People
  6. Forthright
  7. To Be With You
  8. Vesuvius
  9. Rambunctious Cloud
  10. The Garden
  11. Gnats
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