CocoRosie

Noah's Ark

2005 (Touch And Go) | folk-pop, dream-pop

Le sorelline Sierra e Bianca Casady sono state uno dei "fenomeni" musicali (e non solo) del 2004. Amate, odiate, incensate, vituperate: hanno spaccato in due la critica indie, ma tutti hanno avuto almeno una parola da spendere per loro. E soprattutto - cosa che certamente avrà pesato di più sul loro conto in banca - hanno conquistato il pubblico, girando il mondo in compagnia di assi del circuito indipendente come Bright Eyes, Tv On The Radio, Antony & The Johnsons, Devendra Banhart e Blonde Redhead. Eh sì, perché anche la parola "indie" può far rima con "business". Come spiegare altrimenti questa nuova uscita discografica a solo un anno dal fatidico "botto"? Certo, loro raccontano che queste canzoni "sono nate in camere da letto senza eco in continenti diversi, in studi sporchi pieni di tazze di caffè e in posti normali... inseguendo i fantasmi di pianoforti affondati nei nostri sogni e l'eco del canto della nostra nonna macchiato di tè". Ok, sarà anche vero (come non credere a due così graziose fanciulle?), però il malizioso recensore si è fatto un'altra idea: che si dovesse battere il ferro finché era caldo, monetizzando il più possibile quell'alone di hype che le due fatine Casady avevano abilmente dispiegato.

Su Onda Rock, al loro disco d'esordio "La Maison De Mon Rêve" erano stati associati aggettivi come "unico" e "irripetibile". Quasi a presagire che l'incanto della cameretta parigina dove le CocoRosie avevano partorito la loro creatura fosse destinato a dissolversi. La loro, infatti, era una musica che pescava sì abbondantemente nel passato (le radici folk-country, il blues del Delta, Billie Holiday, le melodie pop d'antan, i battiti spettrali del trip-hop dei Portishead), ma suonava anche così strettamente legata al presente da apparire la fotografia di un attimo, l'istantanea dell'incontro tra due sorelle cresciute separate e ritrovatesi tra quattro mura a celebrare l'evento. Invece, è arrivato questo frettoloso sequel a tentare di confondere le carte.

Concepito ancora una volta in Francia, ma anche on the road durante il tour, "Noah's Ark" presenta stavolta una produzione più curata e una base ritmica più marcata, oltre ad alcuni ospiti di spicco. Le CocoRosie si dividono i compiti (Sierra a chitarra, flauto e voce, Bianca a percussioni e voce), cesellando dodici ballate folk da cameretta, condite dalla consueta girandola di trovate: un piano giocattolo, squilli di telefoni, pianti di bambini, versi di animali, carillon... Fatate filastrocche lo-fi, sulle quali però aleggia sempre il fantasma della pecora Dolly. Perché clonare un incanto è un'impresa disperata. Così anche il solito mix di artigianato naif e trucchi d'avanguardia, supportato solo a intermittenza da una scrittura all'altezza, finisce spesso col risultare prevedibile.

Ecco che allora, per rivivere quei brividi che gli intrecci vocali di Sierra e Bianca ci avevano donato, bisogna aspettare un'altra ugola capace di carezzare le corde della levità, quella dell'angelico Antony, che saprebbe caricare di pathos anche le previsioni del tempo e che effonde la sua grazia nella pianistica "Beautiful Boyz" (dedicata allo scrittore francese Jean Genet), duettando col timbro aspro di Bianca. Ma sembra più una outtake da "I Am A Bird Now" che un nuovo brano a firma CocoRosie. La mano della ditta Casady, semmai, si vede più nell'altra collaborazione doc, la sensuale "Brazilian Sun", dove lo spirito da folkster vagabondo di Devendra Banhart si cala in un acquerello esotico di grande suggestione: il frinire degli archi, il rintocco secco delle percussioni, l'armonia degli intarsi vocali e i cinguettii sullo sfondo colorano uno degli episodi migliori del lotto. Significativo anche il contributo dell'mc e beat boxer francese Spleen, che imbastisce le cadenze ritmiche di "K-Hole" e "Bisounours".

Le melodie che riempivano la stanzetta di "Mon Rêve", tra giocattoli e chincaglierie varie, sembrano essersi però vaporizzate, perse nei meandri di giostre dream-pop al ralenti, come la spettrale "The Sea Is Calm", scandita da un vecchio piano scordato, la ninnananna per chitarra e arpa di "Tekno Love Song", o la follia onirica del valzer "Bear Hides And Buffalo", dove emerge finalmente il vocalismo teatralmente bambinesco di Bianca e Sierra.
Le altre tracce scorrono via senza troppi sussulti, come un carillon un po' scarico; solo le pulsazioni hip-hop della title track e lo scarno gospel di "Armageddon" provano a sondare registri più briosi.

"Noah's Ark" è un disco di atmosfere, che vive di languori dell'infanzia (è interamente dedicato a mamma Casady), di foto ingiallite dal tempo, di muffe e di fantasmi. Se sei nello spirito giusto, può cullarti dolcemente per tre quarti d'ora di serena malinconia. Manca, però, la "Terrible Angels" in grado di trasformare il mood in vera emozione. E manca soprattutto lo spirito originario, quella fiammella di limpida follia che ti faceva trasalire per un nonnulla.

Alla prova del fuoco del secondo album, per Bianca e Sierra, si riproporrà ora l'interrogativo: fu vera gloria o solo hype? Proprio dopo aver fatto un giro sull'Arca di Noè non restano dubbi: quella di "La Maison De Mon Rêve" era davvero magia. Ma forse era proprio "unica" e "irripetibile".

(15/11/2005)



  • Tracklist
  1. K-Hole
  2. Beautiful Boyz
  3. South 2nd
  4. Bear Hides And Buffalo
  5. Tekno Love Song
  6. The Sea Is Calm
  7. Noah's Ark
  8. Milk
  9. Armageddon
  10. Brazilian Sun
  11. Bisounours
  12. Honey Or Tar
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