Coral

The Invisible Invasion

2005 (Deltasonic) | psych-pop, alt-rock

Potrebbero sedersi sugli allori i Coral, dopo l’uno-due micidiale dell’esordio eponimo e “Magic And Medicine”, invece non rinunciano ai ritmi serratissimi della promozione live e a un ruolino di marcia da un album l’anno. Il 2005 non fa eccezione anche se l’esigenza di un cambiamento prende piede e un riposizionamento ci sarà, seppur non radicale. “The Invisible Invasion”, capitolo quarto di una discografia sin qui encomiabile, è il primo titolo a non riportare il nome del Lightning Seeds Ian Broudie in guisa di produttore. Registrato a Liverpool nell’inverno precedente assieme a Geoff Barrow e Adrian Utley dei Portishead, il disco si configura come una collezione di brani mediamente più lunghi, dal songwriting più adulto e meno sbarazzino, ma almeno in Inghilterra vende ancora benissimo, con un ottimo terzo posto all’esordio.

 

Grane vintage polverose, ritmo incalzante, ritornelli come mantra ipnotici: il sestetto persiste nelle sue perlustrazioni in un passato mitologico e il suo revival screziato di psichedelia appare, oggi più che mai, una gioia per semiologi della musica pop, tra riferimenti al modernariato culturale e al cinema disseminati qua e là. Sono davvero bravi i Coral a non indulgere mai nell’effettaccio, nella baracconata ruffiana da quattro soldi, nelle forzature insincere. Proseguono piuttosto sul sentiero poco appariscente ma sempre magnificamente evocativo (il finale incendiario di “Come Home”) del loro superbo artigianato pop, revivalista ma immune alle adulterazioni formali. Intriganti e obliqui, intrattengono con classe cristallina e la consueta propensione melodica d’alta scuola. Con “Cripples Crown”, ad esempio, la loro ricerca si fa ancora più rilassata ed elusiva, tali e tanti sono i riferimenti (mai definitivi) chiamati in causa. Ma intanto ci sono anche le canzoni, divertenti e immancabilmente micidiali.


Come da titolo, “A Warning To The Curious” è un valido avvertimento per l’ascoltatore smaliziato, con il suo sgangherato pop-rock marezzato dal riverbero e da un James Skelly sempre più leader autorevole e maestro d’affabulazioni. “In the Morning” si ritaglia invece il ruolo del singolone easy-listening da resa senza condizioni, quello che nei loro lavori non manca mai: qui giocano ancor più del solito su un registro sixties scintillante, tra il sunshine e le tonalità fiabesche. Per non smentirsi, “Leaving Today” rincara la dose e ha partita non meno facile nei confronti degli insaziabili cacciatori di hook plasmati a regola d’arte. Quando poi scelgono di aprirsi al folk (“Far From the Crowd”), l’approccio scelto preserva i Coral dalle gabbie temporali così da farli rimanere amabilmente sospesi in un altrove quasi magico, non viziato da implicazioni di genere o dai rigidi dettami di questa o quella scuola. La loro è quindi una Canterbury del cuore, più che reale.

 

Semplici ma incantevoli, diversificano con profitto la loro offerta, mostrando di non sgradire numeri ancor più leggeri come “So Long Ago”, capaci di regolare con più di un punto di distacco anche il celebrato connazionale Badly Drawn Boy sul suo stesso terreno d’elezione. “The Operator” registra per converso qualche increspatura elettrica in più, le marcature di un farfisa pazzerello e un’occupazione indebita ma riuscitissima della mattonella guascona e espressionista dei Supergrass, spiriti tutto sommato affini alla formazione del Merseyside (e che, non per niente, non si lasciano sfuggire l’occasione di averli come opener in tante loro esibizioni). E della stessa fatta è anche l’irresistibile “Something Inside of Me”, che presta accidentalmente il titolo alla nuova raccolta.

Dopo le stralunate digressioni del precedente “Nightfreak And The Sons Of Becker”, i sei di Hoylake portano insomma a referto un’autentica prova di maturità che gioca a tutto campo con i fondamentali del pop britannico. Tra tutti i loro album “The Invisible Invasion” rappresenta non solo la promessa di un nuovo corso ma anche l’eccezione che conferma la regola dell’imprevedibilità, perché suona forse come il meno americano e il più compiutamente inglese, un avvincente caleidoscopio di stili riscoperti a chilometro zero nella soffitta di casa. Con un refrain da mandare subito a memoria e qualche opportuno cavallone elettrico, “Arabian Sand” vale come omaggio ai primi Kinks, per ampliare ulteriormente il quadro e non privarsi di un piacere impagabile che sa di devozione, mentre il congedo al velluto di “Late Afternoon” guarda agli idoli crepuscolari e sublimi di “Something Else”. Il doppio omaggio alla band dei fratelli Davies che chiude quest’album tranquillo e delizioso va letto proprio nell’ottica appena descritta: un’incursione che questi adorabili nipotini, primi del loro corso ma anche guasconi indefessi, conducono a fondo nelle proprie più autentiche radici musicali, ma anche una valida prosecuzione della loro personalissima avventura.

(12/02/2016)

  • Tracklist
  1. She Sings The Mourning
  2. Cripples Crown
  3. So Long Ago
  4. The Operator
  5. A Warning To The Curious
  6. In The Morning
  7. Something Inside Of Me
  8. Come Home
  9. Far From The Crowd
  10. Leaving Today
  11. Arabian Sand
  12. Late Afternoon
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