Deadly Snakes

Porcella

2005 (In The Red) | roots-rock

C'era una volta il garage-noise. Anzi no, il garage-noise esiste ancora (chiedetelo agli Hospitals), semplicemente non abita più qui.
Un disco della maturità chiamato "Porcella". Questo è l'ossimorico quarto parto discografico sulla lunga durata dei canadesi Deadly Snakes, formati a Toronto a metà degli anni 90 e con alle spalle una certificata carriera nei circuiti del garage-blues in bassa fedeltà. I Deadly Snakes esordirono con "Love Undone" nel 1999, uscito su Simpathy for the Record Industry, per poi passare stabilmente alla In The Red, altra etichetta storica di garage rugginoso e mordace.

Perso di vista il padrino Greg "Oblivian" Cartwright (Oblivians, Reigning Sound), il gruppo guidato dal cantante e chitarrista Andrè St. Clair rompe ogni indugio purista e riempie le sue canzoni di strumenti finché non comincia a far capolino una parola poco nota ai frequentatori oltranzisti della sottocultura garage: arrangiamenti.
Vi dirò solamente che da qualche parte, fra le tredici canzoni che compongono "Porcella", si annida addirittura un mellotron. Dunque, se la svolta soul di Mick Collins coi Dirtbombs vi era sembrata un'eresia, state lontani da questo disco, che è, come vuole l'indomito spirito garagista, un disco tradizionale (invero più anni 60 che 50), ma non certo povero e grezzo.

Ribadito più che a sufficienza l'eclettismo della proposta, vale certo la pena addentrarsi in un'opera che suona come un sentito omaggio ai dylaniani "Basement Tapes", con la Band ad accompagnare una voce più prossima però alla cavernosità di Nick Cave che non alla logorrea acida dell'uomo di Duluth. Il disco è quindi una carrellata di temi classici che se da un lato non lasciano intravedere una personalità musicale realmente originale, dall'altro evitano anche plagi davvero spudorati.
Si parte con la polvere e la ruggine dello scheletrico blues-rock "Debt Collection". Referente più prossimo i Doors di "Love Me Two Times", richiamati tanto dalla voce profonda di St. Clair quanto dall'organo "molto Manzarek" di Max Danger, con in più uno stilizzato coro country-doom sullo sfondo. "200 Nautical Miles" è introdotta addirittura da un quartetto d'archi, mentre il vecchio fan può riprendersi con la seguente "Sissy Blues", soul'n roll tirato e cartavetrato al punto giusto alla maniera dei Dirtbombs.

Si prosegue poi con la country-death-song di "High Prices Going Down", tra rintocchi di piano honky-tonk e di nuovo gli archi in bella mostra. "Gore Veil" poi è la sorpresa maggiore, con la sua semplice melodia pop, sottolineata da un flauto alla Donovan e gli arrangiamenti vagamente barocchi del ritornello. Puro soft-pop anni 60, con qualche ventilata western morriconiana sul finale. "So Young And So Cruel" pare pescata dal repertorio dei Procol Harum, mentre "Work" è, questa sì, un'autentica imitazione del Tom Waits post-"Swordfishtrombones", col suo percussionismo arrabattato fatto di battiti di mano e clangori metallici e il basso a scandire un ritmo essenziale e primitivo.
C'è poi ancora il tempo per l'intensa invocazione soul di "Oh Lord, My Heart", la marcetta country per slide e rullante di "Let It All Go", il rock'n roll bandistico di "The Banquet", la delicata e inglesissima "A Bird In The Hand" e il divertentissimo pub-rock banjo-addicted di "By Morning I'm Gone".

Insomma, non è certo da queste parti che sta la musica più attuale del dopo 2000, ma per passare una serata in allegria e disimpegno in compagnia del "vecchio" rock degli anni 60, l'ascolto di questo ennesimo, ma non certo inutile, disco enciclopedico è caldamente consigliato.

(24/11/2016)

  • Tracklist
  1. Debt Collection
  2. 200 Nautical Miles
  3. Sissy Blues
  4. High Prices Going Down
  5. Gore Veil
  6. So Young & So Cruel
  7. Let It All Go
  8. Work
  9. Oh Lord, My Heart!
  10. I Heard Your Voice
  11. By Morning, It's Gone
  12. The Banquet
  13. A Bird In the Hand is Worthless
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