Djam Karet

Recollection Harvest

2005 (Cuneiform) | prog-rock

Francamente i Djam Karet, che inizialmente avevano generato in me grandi entusiasmi, negli ultimi anni mi avevano un po' annoiato. Dischi sempre discreti, ci mancherebbe, ma sempre più di maniera e sempre più freddi. Poi ti arriva questo "Recollection Harvest" che giudico, diciamolo subito, il loro miglior disco da diversi anni a questa parte e uno dei loro migliori in assoluto.

L'album è diviso in due sezioni abbastanza diverse tra loro, praticamente quasi due dischi in uno. La prima è intitolata proprio "Recollection Harvest" e consta di cinque brani medio-lunghi. Già dal primo ascolto si rilevano diverse differenze rispetto alle prove immediatamente precedenti: 1) Dispiegamento maggiore di parti melodiche, con riduzioni delle epilessie di dialogo chitarristico; 2) Ribilanciamento del sound con molto maggiore spazio alle tastiere, in buona parte analogiche, a partire dal mellotron all'inizio della prima traccia; 3) registrazione e sound meno levigati, sembra quasi un live in studio, con tanto di batteria sferragliante e hammond "sporco" molto Seventies, a tratti un po' alla Santana; 4) Riscoperta parziale della chitarra acustica in diversi brani, ferma restando la base di un chitarrismo para-frippiano lancinante.

Conclusione? Il disco più progressive dai tempi di "Reflection From The Firepool", con dei riferimenti anche sinfonici oltre che, scontatamente, crimsoniani . La qualità delle composizioni è poi ottima, con temi che si susseguono, bassi slappati, tastiere rombanti e chitarre urlanti. Una piccola delizia. Questo per i primi cinque brani, che comunque occupano ben oltre della metà del cd. Poi, le sei successive tracce, nella parte chiamata "Indian Summer". E così si chiama pure il sesto brano, digressione chitarristica su base minimale di tastiere sintetiche, siamo in piena zona para-frippertronica , diciamo che potrebbe essere un brano degli Heldon.

Minimale è il termine che sottende poi tutta la seconda parte del cd, con arretramento della sezione ritmica, percussioni e scale chitarristiche con qualche voglia di Oriente, un filo di elettronica, un brano alla Mc Laughling nella sua fase mistico/acustica ("The Great Plain Of North Dakota"), altre digressioni elettroniche alla Phinas ("Dark Oranges", "Requiem"), psichedelismi assortiti. Insomma, una seconda parte molto meno rock, ma al contempo molto intensa e convincente. Un grande ritorno.
  • Tracklist
  1. March To The Sea Of Tranquility
  2. Dr. Money
  3. Packing House
  4. Gypsy And The Hegemon
  5. Recollection Harvest
  6. Indian Summer (4.10)
  7. Open Roads
  8. The Great Plains Of North Dakota
  9. Dark Oranges
  10. Twilight In Ice Canyon
  11. Requiem
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