OndaRock



1. Lights
2. Munich
3. Blood
4. Fall
5. All sparks
6. Camera
7. Fingers in the factories
8. Bullets
9. Someone says
10. Open your arms
11. Distance



EDITORS

The Back Room
(Kitchenware/self) 2005
wave
La nidiata del "nuovo rock" inglese continua a produrre numerose realtà che il tempo scremerà: alcuni di questi giovani rampanti saranno velocemente dimenticati, altri avranno l'onore di essere ricordati nel tempo.
Gli Editors sono uno degli ultimi combi che la Vecchia Inghilterra ha dato alla luce, composto da quattro ragazzotti poco sopra i vent'anni che rispondono ai nomi di Tom Smith (voce e chitarra), Chris Urbanowicz (chitarra), Ed Lay (batteria) e Russel Leetch (basso).
I quattro si sono conosciuti all'Università di Stafford, vicino Birmingham e alla fine del 2004 hanno firmato il loro primo contratto discografico per l'etichetta indipendente Kitchenware. Il primo frutto è stato il singolo d'esordio "Bullets", seguito dal secondo "Munich" entrato nella top 20 inglese, evento che ha catapultato i giovincelli sui palchi di Mtv. Un giro di date in Inghilterra e il risalto concesso loro della stampa britannica hanno prodotto grande attesa intorno alla band, che a luglio ha pubblicato l'album d'esordio "The Back Room", dove la potenza e l'aggressività dei live-show viene rimodulata e addolcita per spianare meglio ai nostri la strada delle chart.

Le tinte sonore, così come i colori scelti per il packaging del disco, fanno sì che l'opera venga subito catalogata non proprio come solare, anzi decisamente dark, con chiari riferimenti ai Joy Division.
Quella che ascoltiamo su questo dischetto è new wave attualizzata, meno sintetica e più suonata della sorella maggiore che si produceva 25 anni fa.
Il problema è che in questo caso il gioco dei rimandi non è incentrato esclusivamente su band del passato, ma su situazioni contemporanee, così che gli Editors potrebbero essere tranquillamente scambiati per gli Interpol, ai quali assomigliano in maniera pericolosa e a tratti imbarazzante.

Il brano di apertura ("Lights") è programmatico di ciò che l'ascoltatore deve attendersi: sembra di ascoltare gli Interpol con alla chitarra il primo The Edge. E i riferimenti al chitarrista degli U2 ritornano nel riff di "Someone Says", scritta sicuramente dopo serate passate ad ascoltare "Boy".
La sensazione è duplice: da un lato il fastidio del già sentito, dall'altro l'innegabile capacità della band di scrivere una manciata di buone e orecchiabili canzoni moderatamente rock. Rispetto agli Interpol, qui troviamo meno pause riflessive ("Fall", "Camera", più le conclusive "Open Your Arms" e "Distance") e un briciolo in più di aggressività, anche se il percorso appare meno artistico.
Chi riuscirà a superare gli sbarramenti psicologici lasciando da parte i confronti col passato e tenendo chiusi i cassetti della memoria, si troverà al cospetto di un album ben confezionato, discretamente suonato, con qualche picco d'eccellenza come nel caso dell'iniziale "Lights" e del trascinante terzo singolo "Blood".
"Fingers In The Factories" è invece il vertice gioioso del disco con il suo ritornello canticchiabile (perfetto per le esibizioni dal vivo) e l'attacco iniziale che sembra mutuato dai Cure più divertenti per un risultato finale prossimo ai suoni dei Franz Ferdinand.

Forse, alla fine, l'unico vero appunto da muovere ai quattro inglesi non è tanto quello di aver esagerato nella scopiazzatura del compitino: se si scopiazza riuscendo comunque a produrre un disco carino che male c'è? Dovremmo forse buttar via tutti i dischi realizzati dopo Beatles-Stones-Dylan-Hendrix-Zeppelin?
Il vero appunto è quello di aver creato un lavoro un po' troppo pulito, ordinato e quadrato, con l'occhio buttato più alla programmazione radiofonica che a una reale introspezione dark, cosa che emerge anche dai testi, non esattamente di spessore.
Se poi in queste undici tracce riuscite a trovare spunti intriganti, il consiglio è di procurarvi le b side dei singoli fin qui pubblicati, degni completamenti di questo "My Back Room".

L'augurio è che nelle prossime uscite gli Editors osino di più e si adoperino per staccarsi di dosso l'etichetta di cloni, eseguendo qualcosa di più personale e meno derivativo, e allora potremmo davvero considerarli una nuova realtà nello sfizioso panorama musicale contemporaneo.