Fiery Furnaces

Rehearsing My Choir

2005 (Rough Trade) | alt-rock

I terribili fratelli di Chicago ormai ci hanno abituato bene. Si parte con esordi sfolgoranti (pugno di singoli contagiosi, e bel Lp di debutto, quale "Gallowsbird's Bark"), si continua con una produzione più che allettante (quel "Blueberry Boat" che tanto assomiglia al capolavoro dei primi anni 2000), e ci si trastulla con un'alta frequenza di uscite discografiche. Ultimo ma non ultimo è il doveroso riepilogo di singoli, b-side e rarità - uscito nei primi mesi del 2005 -, che sta sotto il generico nome di "Ep". Ma non basta. Passa qualche tempo, e già Eleanor e Matthew Friedberger - in arte Fiery Furnaces - promettono mari e monti. Si parla di una doppia uscita, distanziata di qualche mese, che comincia con il loro terzo Lp: "Rehearsing My Choir".

Che in questo nuovo album cantasse l'ottuagenaria nonna del duo, rispondente al nome di Olga Sarantos - direttice di coro di chiesa (come da titolo) -, era cosa nota fin dalla prima metà dell'anno. Che il disco si configurasse nella maniera in cui - all'ascolto vero e proprio - appare, questo forse lo si aspettava un po' meno. Niente smancerie pop, o plateali divertissment, ma una lunga e articolata narrazione autobiografica declamata dalla succitata nonnina, supportata dalle vibranti performance vocali di Eleanor e dagli arrangiamenti "a braccio", incuranti - un po' come nella "Recherche" Proust-iana - di suddivisioni in capitoli, di svolgimento logico o in qualche modo strutturato, di scansioni temporali canoniche. L'occasione diventa, in senso più specifico, un confronto inter-generazionale che si dipana tutto in famiglia: da una parte le storie e gli aneddoti della nonna (vero centro della scena, come ribadito dalla cover dell'album, cfr.), dall'altra le chiose della nipote Eleanor, speranzose e divertite ad un tempo.

La tracklist, truffaldina, presenta ripartizione in tracce. "Garfield El" apre le danze con una pioggia battente di tastiere festanti all'unisono; la narrazione di Olga e il canto di Eleanor vi si inseriscono con nonchalance Beefheart-iana. Una nuova idea introduce il clavicembalo melanconico di "The Wayfaring Granddaughter", da cui scaturiscono idee e variazioni che portano a un dialogo tra le due protagoniste, e, infine, a idee melodiche baroccheggianti. Più avanti vengono momenti dissonanti o cacofonici. Nella conclusione di "We Wrote Letters Every Day" c'è una parentesi di synth grotteschi che ricorda i momenti più oscuri dei Residents, mentre nella successiva "4823 22nd St." attacca un'aspra mistura di chitarra swingante e piano scuro, che conduce a un motivo di bagattella classica. L'attacco di "Seven Silver Curses" potrebbe essere un frammento della Genesis-iana "Supper's Ready", ma una chitarra bluesy à-la Robert Johnson contraddice tutto, rispolverando un tema incontrato in precedenza (una polifonia tratta da "We Wrote Letters Every Day"), un basso quasi beach-punk e un concerto di chitarre distorte.

La narrazione di Olga e i contrappunti di Eleanor si succedono senza sosta, sfoggiando situazioni, personaggi, rimpianti e incertezze, talvolta facendo perdere di vista le formidabili intuizioni musicali di sottofondo. "Though Let's Be Fair", a questo punto, si propone come generatore di nuove idee per la parte conclusiva dell'opera. I Fiery Furnaces riescono a far stare in soli due minuti ben quattro idee melodiche di breve o brevissima durata, le loro variazioni timbriche, un intermezzo con batteria (una loro versione dell'hard-rock), e pure le loro reprise, qualora fosse sfuggito qualcosa. Arriva così "Slavin' Away", l'unica parvenza di canzone di tutto il disco, che prima di arrivare al chorus da nenia Cohen-iana passa per tenebrose marce pianistiche à-la Nick Cave, chitarre Stooges-iane, organi sospesi, sortite delle tastiere fantasiose.

La title track ripropone una marcia funebre già incontrata in "Garfield El", tra oscuri minimalismi di clavicembalo, e la conclusiva "Does It Remind You Of When?" riprende alcune cellule tematiche di "Though Let's Be Fair", ovviamente variandole all'inverosimile, fino a incontrare una nuova pioggia luminescente di tastiere ribattute che termina il disco in modo analogo all'incipit.

"Rehearsing My Choir" è la classica pietra di paragone che può ambire a prelibatezze favolistiche, soprattutto per gli stessi Fiery Furnaces che vi hanno trovato anzitutto una dimensione, uno status alternativo, sulla cui riuscita non c'è dubbio alcuno. Chi cerca rompicapi retti dalla colonna vertebrale dell'interpretazione arcigna, troverà pane per i propri denti; chi si aspetta mollezza d'idee traboccanti, labirinti di leit-motiv e serpeggianti deja vu, resterà ferito e appagato allo stesso tempo. Ragionamenti (e dileggi) a parte, è un'opera autonoma, felice, libera. Il vero tour de force è in ogni caso quello di Matthew, che suona di tutto e di più, e che ha pure montato, mixato e post-prodotto quest'immane montagna di frammenti compositi: direttore d'orchestra, deus ex machina, e genietto tuttofare degno di un Oldfield sbarazzino.

(09/02/2010)

  • Tracklist
  1. Garfield El
  2. The Wayfaring Granddaughter
  3. A Candymaker's Knife in My Handbag
  4. We Wrote Letters Every Day
  5. 4823 22nd St.
  6. Guns Under the Counter
  7. Seven Silver Curses
  8. Though Let's Be Fair
  9. Slavin' Away
  10. Rehearsing My Choir
  11. Does It Remind You Of When?
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