Musicalmente, il nuovo millennio ha visto come fenomeno ad alta rilevanza quello del revival. Pre-war folk, punk-funk, new wave sono stati tra i generi più saccheggiati (spesso) e rimessi a nuovo (in occasioni ben più sporadiche). I Les Georges Leningrad, trio di Montreal giunto al secondo disco, sfruttano uno dei filoni meno inflazionati e dedicano la loro attenzione al post-punk con un massiccio uso dell'elettronica e velleità avanguardiste.
L'approccio alla materia è a metà tra l'intellettuale e il cazzeggio, con una buona cultura di base (riferimenti a Suicide, anche se in versione molto da party, ma anche a Royal Trux e Residents, come attitudine arty) e la volontà di far suonare ogni pezzo in modo differente dall'altro. Sulla carta tutto molto bello. Nella realtà il minestrone che ne esce fuori è decisamente insapore, e il gruppo vaga tra le sue suggestioni senza mai riuscire a incidere. I brani più semplici e convenzionali, come "Sponsorship" e "Wunderkind #2" dal ritmo sostenuto, affidati a una teenager che ulula senza motivo (la front-girl Poney P.), dovrebbero essere carne da dancefloor, ma il dancefloor resta deserto. "Nebraska's Valentine" prova a coinvolgere con un sussurro, tetre percussioni e synth vampiri ma puzza di maniera; "Black Eskimo" è uno dei pochi (due in realtà) pezzi a destare attenzione grazie a un giro avvolgente e un fischio di synth, pur risultando essere più buona l'idea che la realizzazione. "Supa Doopa", pur indovinando un buon ritmo di batteria, si perde presto in un ritornello banalotto con la vocalist (la teenager ululante di cui sopra) che prova a essere Gwen Stefani pur avendo solo un grammo del suo spessore (nb: parlo di canto, fisicamente è il contrario).
Le istanze avant che emergono spesso in pause, rumorini e trovate sghembe (ma mai efficaci) trovano sfogo in "Umiarjuag", due inutilissimi minuti di (appunto) rumori assortiti con una drum machine in sottofondo lontano; nella non spiacevole (per quanto manieristica) "St-Mary's Memorial Hall", un tema jazzato massacrato da frastuoni; e in "Comment Te Dire Adieu?", stonata destrutturazione per accompagnamento di campanelli. L'unico brano davvero a fuoco risulta invece "Fifi F.", una pulsante galoppata semi-strumentale che ricorda i migliori episodi dei Two Lone Swordsmen.
Il risultato dei dodici colpi di "Sur Le Traces De Black Eskimo", dunque, è quello di trovarsi dinanzi a un disco fatto più (molto più) di propositi che di idee, e a una band che, per quanto in prospettiva interessante, allo stato attuale non è pronta a concorrere sul mercato.


