Ligabue

Nome e cognome

2005 (Warner) | rock

Luciano Ligabue rappresenta la musica rock nostrana per l'italiano medio. Quindici anni di carriera alle spalle: il botto di "Certe notti" (e di "Buon Compleanno, Elvis!") gli hanno affidato questo gravoso ruolo da dividere in parti più o meno uguali con Vasco Rossi. Fatto sta che, a dispetto di questo inattaccabile assunto, da qualche tempo Ligabue ha smesso di far musica. Vi parla chi bene o male è cresciuto ascoltando le sue canzoni e man mano è diventato un ascoltatore più smaliziato: il precedente "Fuori come va?" era già sintomo evidente di una crisi presumibilmente irrimediabile. Forse è semplice noia, forse son finite le cose da dire e non c'è neanche più quella voglia di dirle. Trattavasi di un album stiracchiato, poco curato (che non significa non levigato, ma facilone), buttato lì tanto per fare, per andare un po' in giro a suonare e magari tirar su grana per altri progetti (cinema).

"Nome e cognome" è disco della stessa risma. Senza idee, indurito per rendere negli stadi, ma plasmato per i passaggi radio, rock senza fronzoli ma sbrilluccicato. La prima parte si mantiene, traballando, sulla soglia della decenza. Il singolo "Il giorno dei giorni" è uno dei (due) brani che riesce a regalare qualche spunto. Lampo di elettrica ripulita in apertura, muro di chitarre a sostenere l'impalcatura e basso saltellante (queste due saranno le costanti di tutti i pezzi duri), melodia da inno, corpo centrale con morso quasi heavy a fendere l'aria. Ancora elettrica edulcorata e muso duro (?) per il brano da arena per eccellenza, l'alquanto mediocre "Happy Hour", mentre l'acustica sostiene la passabile ballatona (e secondo singolo) "L'amore conta". "Cosa vuoi che sia", ballata fumosa e noir (per quanto lo possa essere con questo suono) regala un pizzico d'atmosfera (ma giusto un pizzico).

Poi, temutissimo, il dramma: il pop-rock svelto di "Le donne lo sanno", riempitivo per eccellenza; "Vivere a orecchio" ed "E' più forte di me" (ennesimi brani più o meno duri, come una sorta di "Sopravvissuti e sopravviventi" dieci anni dopo, con bruttura intatta ma depurata dall'aria di dissoluzione, e sommersa in produzione plasticosa) sono tra le peggiori canzoni mai scritte da Ligabue. L'ascolto di questa seconda parte del disco è davvero duro da sostenere. E' un Ligabue autocitazionista ma imbolsito, che rivive cose che già ha rivissuto anni fa, spento da un fare più distante e di difficile sopportazione.

II passato torna davvero a esistere soltanto nel sincero (e toccante e tristissimo, soprattutto per chi ascolta e si ricorda la sua di adolescenza) tributo di "Lettera a G." che riesce a toccare qualche corda nascosta grazie a linee melodiche e versi che riportano a galla tutto quanto è stato detto/visto per anni. "Non ci sono più i petardi e nemmeno il diario vitt, le bambine occhiate in chiesa sono tutte quante spose, sono tutte via da qui. E dov'è la nave scuola che hai confuso con l'amore e forse lo era più che mai": sono le sue classiche immagini immerse tra ricordo e ritratto popolare. "Non è vero ciò che ho detto: qua c'è tutto a dire che ci sei, fai buon viaggio e poi poi riposa se puoi": è la sua poetica di disincanto e abbandono a far bella vista di sé.

"Lettera a G." è un po' l'epitaffio di Luciano Ligabue, e "Nome e cognome" è la sua definitiva pietra tombale. Cari lettori, se proprio non potete farne a meno, vi lascio tutti i campovoli e i dischi di platino: la mia partita finisce qui, che tanto continuare a partecipare non ha più senso.

(08/12/2011)

  • Tracklist
  1. Intro
  2. Il giorno dei giorni
  3. Happy Hour
  4. L'amore conta
  5. Cosa vuoi che sia
  6. Le donne lo sanno
  7. Lettera a G.
  8. Vivere a orecchio
  9. Giorno per giorno
  10. E' più forte di me
  11. Sono qui per l'amore
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