Low

The Great Destroyer

2005 (SubPop) | slow-core

Ci avevano lasciati in un mare scintillante e immobile di malinconia e di sottile disperazione ("Trust", 2002). Oggi, invece, i tre di Duluth ritornano con un disco che aggiunge agli umori depressi del precedente una buona dose di urgenza "rock", non disdegnando quelle ormai classiche divagazioni dal sapore dissonante e psichedelico. Durante gli anni si sono definiti (e sono stati definiti) nei modi più disparati, ma quello che tuttora colpisce dei Low è una capacità straordinaria di mantenersi ad altissimi livelli nell'ambito di uno stile che, a tutti gli effetti, si impone come una delle maggiori conquiste del rock degli ultimi anni: un concentrato mozzafiato di slow-core (di cui, agli esordi, sono stati tra i maggiori esponenti, oltre che tra i più austeri), psichedelia, drone-music e una propensione melodica che non sembra conoscere rilevanti cali di ispirazione.

Con questo settimo lavoro (che, tra le altre cose, segna anche il debutto per la SubPop), Alan Sparhawk (voce e chitarra), Mimi Parker (voce e percussioni) e il bassista Zak Sally danno l'impressione di voler compendiare tutta la loro gloriosa carriera, concedendo, comunque, molto in termini di forma canzone e, per questo, riavvicinandosi a un disco come "Things We Lost In The Fire". Ma quando si parla di "forma canzone", con i Low c'è sempre da fare i conti con un certo grado di imprevedibilità che, giocoforza, s'accende di sfumature quasi spirituali, ma di una spiritualità di carattere psichedelico, vista come effettiva rivelazione di un mondo interiore che preme sugli argini.

Il drumming "tuckeriano" e la nube elettronica che accompagnano l'incubo di "Monkey", ad esempio, confermano questa tesi, nonostante la gloriosa melodia della successiva "California" contrasti in modo quasi oltraggioso con quanto detto. In effetti, è proprio in questo suo volersi porre come sunto di una carriera, vissuta all'insegna di un'evoluzione fervida e indomita, che "The Great Destroyer" fa dell'ambiguità sonora il suo fulcro basilare. Ecco quindi che "Everybody's Song" - con il suo rifferama aggressivo, a duellare, in controtempo, con il picchiare metallico della batteria e con tanto di intermezzo liberatorio per sibili acuminati, pulsare meccanico e strozzato - si espone, nell'immediato, all'ascesi slow di "Silver Rider": dialogare risoluto di accordi febbrili e di arpeggi acustico-circolari a sostenere l'incedere vellutato della voce, su cui armonizza, docile e rassegnato, un sottosuolo di stanca malinconia.

Se è il fantasma "elettrico" di Neil Young quello che aleggia in "Just Stand Back", allora ne è una versione rifatta dai Big Star in stato di grazia (ma quelli "postumi" di "Third/Sister Lovers"), come confermano un riff granuloso, il drumming sostenuto e un solo chitarristico di sconfinata visionarietà. Da un cupo preludio in acido, procede poi una nerissima perla di angoscia, smorzata in un tourbillon di polifonie vocali - che rimandano ai bei tempi andati della West Coast - e di arpeggi sfumati ("On The Edge Of").

Dal canto suo, "Cue The Strings" è pura liturgia profana, innalzata verticalmente da un drone di violino che raccoglie dietro di sé tutta una scenografia di chitarre alla deriva. Se "Step" è una cantilena trascinante con attitudini sperimentali, le ballate di "Death Of A Salesman" e "When I Go Deaf" rappresentano, invece, la nudità perfetta e assoluta della forma-canzone, colta nel suo angolo insieme più oscuro e più luminoso. Ma se la prima si spegne solitaria, tra una voce e una chitarra, la fragorosa esplosione di elettricità, che sposta la seconda verso un delirio di feedback e di accordi che sono come vetri rotti macchiati di sangue, non fa altro che manifestare come i nostri riescano a sintetizzare, ormai con una maturità invidiabile e anche all'interno di un singolo brano, tutti gli elementi che, nel corso degli anni, hanno utilizzato per costruire un suono dalle tinte "classiche": un suono che vive nel contrapporsi vertiginoso di "vuoto" e di "pieno", di "chiuso" e di "aperto", di "buio" e di "luce" ["Broadway (So Many People)"].

Pur essendo lontani dall'essere una semplice band di slow-core, resta comunque, di quel modus operandi, la propensione - anche nei brani più marcatamente solari e disimpegnati - per un approccio di tipo malinconico, tutto fatto di accenti furtivi e di dilatazioni sterminate. Nelle distanze, in cui si perdono le digressioni chitarristiche, si dissolve anche l'occhio dell'anima, come nell'intro cinematografica di "Pissing" che esalta un'altra splendida implosione acquerellata, destinata a tramutarsi in una violenta deflagrazione spaziale. Che il supplizio emotivo di "Trust" sia in gran parte lontano, non fa che confermarlo la conclusiva "Walk Into The Sea", power-pop sostenuto da una ritmica marziale che smorza ogni timore, per un sorriso cristallino, come il tintinnio che nel finale accompagna le voci a svanire.

Nella sua interezza, "The Great Destroyer" si rivela come un disco compatto e destinato a far parlare di sé durante i prossimi mesi. Non è di certo un capolavoro al pari di opere di ben altro spessore come "Trust" o "I Could Live In Hope", ma è quanto di meglio ci si potesse aspettare da una band che appena due anni fa sembrava aver detto tutto in termini di intensità musicale.

(06/12/2005)

  • Tracklist
  1. Monkey
  2. California
  3. Everybody's Song
  4. Silver Rider
  5. Just Stand Back
  6. On The Edge Of
  7. Cue The Strings
  8. Step
  9. When I Go Deaf
  10. Broadway (So Many People)
  11. Pissing
  12. Death Of A Salesman
  13. Walk Into The Sea

 

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