Orthrelm

O V

2005 (Ipecac) | avantgarde, metal

Destinato a diventare uno dei dischi più discussi, amati e odiati degli ultimi tempi, "OV" si pone, fin da adesso, come il lavoro più innovativo dell'anno, nonostante una lettura superficiale possa confinarlo nel limbo delle curiosità soniche. Mick Barr (chitarra) e Josh Blair (batteria) non fanno nulla per risultare simpatici agli ascoltatori più distratti e meno abituati alle sonorità più eversive. Chitarrista dalla tecnica fenomenale (ma tutt'altro che solipsistica), Barr è uno dei musicisti più interessanti e "sotterranei" di questo primo lustro del nuovo millennio. Gli Orthrelm sono soprattutto una sua creatura. Un parto figlio della sua ermetica disciplina musicale, capace di muoversi tra estremi opposti senza mostrare segni di smarrimento.

Con "OV", il duo scopre definitivamente la gioia del minimalismo, nonostante fino a poco tempo fa si riconoscesse nella miniaturizzazione metal-core di "Asristir Vieldriox" (2002), 99 micro-brani (tra i 4 e i 27 secondi) per 13 minuti complessivi che prediligevano la non-ripetitività. Un passaggio maturato nel giro di un paio d'anni, grazie a un'intensa attività live in cui la struttura grezza di "OV" veniva progressivamente definendosi per sottrazione, stratificazione e distillazione. Dall'armolodia di James Blood Ulmer al jazz disintegrato di Derek Bailey, la chitarra di Barr scivolava sempre più in un calderone di riff iper-distorti sul registro alto della tastiera e lasciati andare in rapida successione come in un caleidoscopico gioco di loop. Di contro, il batterismo di Blair si muoveva dai ritmi indiavolati e fratturati dei primi lavori verso una sorta di trance tribaloide in cui si esaltavano tutte le sfumature timbriche.

Se, quindi, i brani di "Asristir Vieldriox" o, ancora, del precedente "Iorxhscimtor" (2001) erano vere e proprie unità compiute e autosufficienti, i 45 minuti e oltre di questa nuova fatica dimostrano che quelle stesse unità sono state dissolte, spazzate via, invase da un suono impazzito, inumano, supernaturale. Un'incursione senza precedenti in un'algida avanguardia metal, brutalizzata da una sfiancante velocità d'esecuzione. Tra estasi e abbandono, austerità e ipnosi esasperata (ed esasperante), "OV" si offre nella sua interezza monolitica al pari di una cattedrale immensa, sfavillante in un'architettura solenne, in cui la totalità delle parti rimanda indirettamente a ogni singolo, microscopico tassello. Ogni pattern, minuziosamente predisposto ed eseguito, assorbe energia dalla fisicità estenuata dei due musicisti, trasudando ferocia e concettualità e inabissandosi completamente nelle interconnessioni "matematiche" che delineano il disegno complessivo lungo un immaginario asse orizzontale. Un disegno che trascina dentro strutture d'acciaio il nichilismo cieco del grindcore - l'estremo avamposto "metallico" -, mandandolo in collisione con un'avanguardia colta che sceglie di giocarsi la sua liricità sul terreno del timbro, degli spazi bianchi, del movimento inesorabile.

Un epico serpente dal suono nero-perla, pulsante e micidiale, procede allora tra strappi, fendenti al fulmicotone e sfibrate deformazioni elettriche, mentre i pattern si rincorrono, si mordono la coda, si accavallano, procedendo verso una meta, e poi un'altra e un'altra ancora. E' un'esperienza di immersione totale in un paradosso musicale fatto di violenza, eccesso e disciplina ferrea. Ogni sezione include alcune sottilissime modulazioni e si spinge nella successiva sulla scorta di minime variazioni d'intensità.

La ripetitività implacabile della prima parte viene diluita, nella seconda, per mezzo di una rivisitazione decontestualizzata delle miniature progressive dei primi lavori. Barr si muove tra vertiginose dinamiche dentro un recinto ritmico delimitato da un battito che l'aura ipnotica ormai consolidatasi lascia filtrare come un particolarissimo connubio di istinto primale e razionalità di ascendenza "motorik". Un connubio, quest'ultimo, evidenziato nella sua più astratta connotazione, secondo una prassi che si nutre di un sapere post-moderno. Al culmine della sua enfasi "razionalista", il tourbillon incendiario degli strumenti trasferisce la percezione dallo scorrere minimalista verso l'intuizione di un vero e proprio rumore di fondo. La sua è una forza diabolicamente subliminale, capace di attecchire nel cervello, attraversando immune anche momenti di pura robotizzazione speed-metal, fino a distruggersi nell'apoteosi finale. E quando improvviso risalta sullo sfondo un silenzio agghiacciante, restano solo indistinte memorie di risonanze sepolte.

Tra qualche anno, con ogni probabilità, questo gesto artistico di due semi-sconosciuti nerd cresciuti a video-game, birra e heavy-metal sarà additato come "rivoluzionario". Per ora, "assurdo" e "fottutamente grande" sono definizioni più che adeguate a sottolinearne l'enorme valenza "futurista" e lo scarto "immaginifico" rispetto al resto della carovana rock.

(20/09/2005)

  • Tracklist
  1. OV
Orthrelm su OndaRock
Recensioni

ORTHRELM

20012

(2012 - autoprodotto)
Un nuovo Ep per la creatura di Mick Barr e Josh Blair

Orthrelm on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.