Porcupine Tree

Deadwing

2005 (Lava) | prog-rock

Forse, al fine di raccontare nel modo adeguato questo nuovo disco dei Porcupine Tree, occorrerebbe empiricamente dimenticarsi il nome degli autori, e di conseguenza, della loro discografia.
Si tratta di un processo per certi versi alquanto bislacco, nonché controcorrente rispetto le metodologie di ogni buon manuale di critica, e che vanifica di fatto lo sviluppo permanente in atto all'interno di un qualsivoglia progetto creativo.
Tuttavia può risultare attraente applicarlo per dedicarsi senza aspettative o pregiudizi di sorta all'analisi. Spesso infatti, la spiacevole e pressante tendenza basata su un'analogia inevitabile rischia di falsare ogni speculazione.
D'altro canto, estraniarsi da un contesto così ricco di spunti interessanti come la produzione della band di Steve Wilson appare più o meno come un'eresia.
Sonderemo allora la più classica delle vie di mezzo, mediando tra un poderoso passato prog-psichedelico e un presente post-sperimentale in fase di assestamento.
Al termine dell'ascolto, saremo in grado di avvistare i Porcupine Tree presso questo confine.

Concentrarsi soltanto su "Deadwing", perdendo il ricordo per un istante della potenza di "Signify" o delle spesse sonorità di "Stupid Dream" e "Lightbulb Sun", verosimilmente è lo stato ideale dentro cui incorniciare l'album.
Del resto, sono i Porcupine Tree stessi a suggerirlo, con l'ipnotica suite "Arriving Somewhere, But Not Here", il brano numero cinque, lontanamente in debito con i Flower Kings.
I prodromi di "Deadwing" in pratica sono già chiari dalla title-track, che apre il disco, e immette direttamente a quello che molti considerano il seguito naturale di "In Absentia" del 2002 (ma i sotterranei riferimenti al primo periodo, soprattutto nei testi, smentiscono in parte questa parentela).
Nel segno di una continuità a ben vedere più formale che di reale collegamento, "Deadwing" (quasi dieci minuti) cincischia appena qualche secondo prima di rivelare tutta la sua essenza: un progressive-rock depurato da eccessivi tecnicismi, chitarre dal suono robusto che ci mettono un attimo ad addolcirsi, una parte centrale contaminata dagli immancabili echi pinkfloydiani (nel cantato, più che altro) e un epilogo vicino ai territori techno-ambient di "Voyage 34".
L'impronta stop & go delle chitarre inaugura e regge il secondo pezzo, "Shallow", che alterna momenti di autentico rock a piacevoli melodie pop (nel ritornello).
Wilson, in alcuni tratti, sembra scimmiottare perfino Maynard James Keenan dei Tool.

Rotto il ghiaccio, i Porcupine Tree credono opportuno riequilibrare i tempi, e "Lazarus", fin troppo classicheggiante lento easy listening, è un brano che strizza eccessivamente l'occhio alla tradizione pop da classifica ultima maniera.
Fortuna che nel finale, la texture disturbata annuncia "Halo", con il suo solido, ciclico basso di stampo britannico e la quasi subitanea ampiezza vocale.
Dopo un inizio influenzato dal secondo periodo dei King Crimson (Adrian Belew compare non a caso nella title-track), il brano si trasforma strada facendo in un inno alla Motorpsycho.
L'alta qualità degli arrangiamenti e l'ottima calibratura di tutti gli elementi, nonché la padronanza esemplare di certi arpeggi, consente ai Porcupine Tree di non cadere in facili ridondanze. Preziosi, in tal senso, i contributi di Barbieri.
A un'analisi superficiale, appare indolore l'uscita di Chris Maitland, il batterista che ha lasciato la band nel 2002, ma solo perché la sezione ritmica accetta sovente il ruolo di semplice comprimario.
Con "Arriving Somewhere, But Not Here" (dodici minuti), la band confeziona uno dei suoi brani più ambiziosi e riusciti. Il corredo genetico psichedelico puntellato in quasi quindici anni di elucubrazioni sonore elargisce al pezzo una forza non indifferente, grazie anche agli improvvisi cambi di tempo, alle atmosfere ora dilatate, ora contratte, alle violente pillole pseudo-hardcore (sembra quasi di aver messo nel lettore un disco dei Dream Theater), alla robusta sezione centrale e a un finale logico e svolazzante (nei credits del brano c'è Mr. Opeth Mike Akerfeldt).
Nella successiva "Mellotron Scratch", Wilson mette ancora da parte le grancasse simil-metal a favore dell'introspezione, della meditazione sensoriale, in un'altalena pop agevole che termina come un brano tipicamente anni 80.
A conferma della sua vasta gamma di interessi, Steve Wilson figura come produttore di un piccolo gioiello svedese, quel "Damnation" a firma Opeth che ha suscitato una buona impressione un po' ovunque.
"Open Car", cantata ancora in Tool-mode, riprende, trasfigurandoli, alcuni elementi autoctoni dell'universo heavy: un uso debordante ma non gratuito delle chitarre, un comparto ritmico per lunghi tratti possente e brusche frenate modulate con leggeri tocchi acustici.
Il basso di Edwin spadroneggia abilmente in "The Start of Something Beautiful", un pezzo splendidamente Porcupine Tree che riconcilia i fan della cosiddetta prima ora, delusi dai cambiamenti della band. Wilson dimostra per l'ennesima volta di saper giostrare con grande maestria momenti e tempi, imponendo all'occorrenza ritmo o tranquillità con una facilità di esecuzione notevole.
L'inossidabile ponte della memoria infine si allunga fino a "Up The Downstair", uno dei migliori album del gruppo, e all'eterea "Fadeway" allorché le note di "Glass Arm Shattering", bellissima e avvolgente, cominciano a prendere corpo.
La dicotomia veloce/lento che pervade tutto "Deadwing" trova una sua felice diluizione proprio nella parte conclusiva, con "Glass Arm Shattering" appunto, e la ghost track, dal retrogusto di b-side, "She's Moved One".
Nella prima, i Porcupine Tree riscoprono l'intimismo di "Signify", specchiandosi con disinvoltura in un brano corale, crepuscolare e di rara intensità (che si candida, con "Arriving…", a miglior episodio del disco).
La ghost track, abbastanza inutile e per buona parte banale, è un altro pezzo pseudo-metal, impreziosito però da lampi sicuramente apprezzabili (il testo richiama alla mente, guarda caso, un brano dei Blackfield).

Giunti in sede di giudizio, bisogna sottolineare che "Deadwing" non è chiaramente il capolavoro che molti anelavano.
Tuttavia, non raggiunge tale gotha per qualche centimetro.
Il ritorno alle origini tanto strombazzato (dalla stampa e dai fan, certo: Wilson non ha mai fatto proclami del genere) era sinceramente improbabile. Realizzare un altro "Stupid Dream" sarebbe stato soprattutto una prova di incoerenza (oltre che una scelta assolutamente anacronistica).
Semplicemente, i Porcupine Tree stanno subendo una naturale e largamente auspicata evoluzione (dagli arrangiamenti di "Warszawa" e "In Absentia") che non solo prende linfa dai side-project del frontman, felicemente invischiato in una sorprendente fase/parentesi metal, ma da una voglia mai assopita di scoprire dimensioni alternative.
E ricordandoci infine il loro nome e la loro storia, non possiamo che nutrire un certo ottimismo per il prosieguo del viaggio.

(09/12/2011)

  • Tracklist
  1. Deadwing
  2. Shallow
  3. Lazarus
  4. Halo
  5. Arriving Somewhere, But Not Here
  6. Mellotron Scratch
  7. Open Car
  8. The Start Of Something Beautiful
  9. Glass Arm Shattering
  10. She's Moved On (Ghost Track)
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