E' un lavoro intensamente creativo l'esordio di Pulse su Pippola
music, nuova indie label nata da un'idea dell'ex Pankow Paolo Favati. Deus ex
machina ne è Marco Galardi, che riversa nel progetto quindici anni di esperienza
come batterista e collaborazioni eccellenti con Jazz Zero Grup, Govinda, Indo
European Music Ensamble, Arup Kanti Dhas tra gli altri.
Pulse vanta svariate
sorgenti di ispirazione , insolite contaminazioni, polluzioni sperimentali che
ne rendono difficile la catalogazione. Pare comunque di cogliere tra le diverse
sfumature una certa attitudine oscuro/ossessiva di matrice elettronica, scuola
Antler, ma anche robuste digressioni jazzy di un Miles Davis visto attraverso
lenti Tuxedomoon.
La
struttura portante delle composizioni è imbastita intorno solidi pattern
percussivi, che assicurano compattezza armonica, funzionali a veicolare
un'identità di suono fortemente massimalista. La batteria pesta, incespica,
realizza stop and go funkeggianti, sempre in primo piano nel dettare le linee
guida del pezzo. Si va dal blues cibernetico di "Uncles", che si fregia di una
intro ambient-techno-transglobale alla Banco de Gaia, alla psichedelia di
"Aracnos", reminiscenza floydiana incastonata in una
pulsante struttura dub.
Ma la musica è così densamente criptica da non
consentire l'azzardo di una caratterizzazione iconico-visiva; si regge
sull'aggregazione di elementi apparentemente distanti, su architetture cyberpunk
e latrati chitarristici, accenni trip-hop che sferragliano in improvvisi
martellamenti ritmici.
Si ha l'impressione che Pulse faccia affidamento
all'estro dei singoli musicisti più che su un preciso manifesto
programmatico/concettuale, il che non inficia comunque la riuscita complessiva
del disco, come dimostra l'altresì ottima "Light", funk-style anno 3020 e
l'ambientale vertigine davisiana di "Sal'AAM aleicum", a trovare un ideale punto
d'incontro tra materialità e trascendenza. Straniante "Il genio della lampada"
nel suo aggrovigliarsi in un minaccioso crescendo dronico appena stemperato dal
suono della sarangi, bagliore orientaleggiante tra costruzioni post-industriali.
Eppure tra le gelide geometrie angolari di Pulse sembra a volte di
percepire una sorta di saudade pre-moderna, un debole lamento che è desiderio di
un'innocenza originaria più che spinta verso una futuribile (ancorché già
compiuta) estetica digitale.


