OndaRock



  1. This Lullaby
  2. Medication
  3. Everybody Knows That You're Insane
  4. Tangled Up In Plaid
  5. Burn The Witch
  6. In My Head
  7. Little Sister
  8. I Never Came
  9. Someone's In The Wolf
  10. The Blood Is Love
  11. Skin On Skin
  12. Broken Box
  13. You've Got A Killer Scene There Man
  14. Long Slow Goodbye
  15. Hidden Finale



QUEENS OF THE STONE AGE

Lullabies To Paralyze
(Universal) 2005
stoner-rock
In principio furono i Kyuss, e generarono un incrocio di chitarroni elettrici e psichedelia che ben si sposava con i grandi spazi dell'America più interna, non più dominio esclusivo di montagne rocciose, stallieri e musica country.
E fu lo Stoner.
E dallo Stoner fuoriuscirono miriadi di discepoli; alcuni ebbero molta fortuna (anche più dei padri), altri un po' meno, alcuni volarono alto, come i Korn e i Deftones, altri si schiantarono rapidamente al suolo.
Ma quando i Kyuss potevano fare man bassa, Josh Homme e Nick Oliveri decisero che bisognava fare un salto in avanti, solo così avrebbero potuto continuare ad anticipare i movimenti altrui.
E fu la luce. E furono i Queens Of The Stone Age.
E' davvero un caso raro trovare una band che possa creare tre dischi consecutivi in grado di lasciare il segno, i Queens Of The Stone Age ci sono riusciti infilando un filotto davvero notevole ("Queens Of The Stone Age", "Rated R" e "Songs For The Deaf", sicuramente il più bello e geniale dei tre) che fa entrare i nostri di diritto fra i migliori gruppi rock degli ultimi anni.
E non si sono accontentati di far questo: fra un disco e l'altro si sono divertiti a dare alle stampe una serie di jam session (denominate "Desert Sessions") in cui hanno lasciato massima libertà di movimento a sé stessi e agli amici di turno, non amici qualsiasi ma del calibro di PJ Harvey, Mark Lanegan e Dave Grohl.
Ma nel 2004 il giochino ha iniziato a incrinarsi, Homme ha fatto fuori Oliveri e ha deciso di continuare la partita senza di lui.

Il 2005 dei nuovi Queens Of The Stone Age ha oggi un nome: "Lullabies To Paralyze", in store dal 22 marzo, e mai nome fu più azzeccato: da una parte incontriamo sonorità più pacate del solito e dall'altra i nostri sembrano scimmiottare il recente passato, come paralizzati in una situazione dejà-vu.
Purtroppo è quello che sovente accade: dopo un album stratosferico è difficilissimo riuscire a inventare ancora una volta qualcosa di nuovo, rivoluzionario e travolgente; non si può che creare un disco che magari sarà rivalutato in futuro, ma lascerà un parziale amaro in bocca nel presente. In concreto, si sente l'assenza di Oliveri, si strasente l'assenza di Grohl, che su "Songs For The Deaf" fece un lavoro superbo dietro tamburi e rullanti, ci si chiede perché Lanegan non sia stato utilizzato di più (forse troppo impegnato nel versante solistico, rivalutato dal buon seguito del recente "Bubblegum").
Infine, non si capisce perché non si sia trovato il modo per dare spazio alla Harvey, la quale spadroneggiò letteralmente nell'ultima edizione delle "Desert Sessions" con tre brani fulminanti (su tutti "Crawl Home"); da quel disco si ripesca invece "In My Head", non certo l'episodio migliore.
Insomma, ci si sofferma a riflettere più su quel che poteva essere rispetto a cosa invece è stato in "Lullabies To Paralyze", che parte lento con una ninna nanna e si sveglia pienamente dal torpore invernale con lo schiaffo decisamente "Stone Age" di "Medication", un fulmine da un minuti e mezzo.
Poi ci si culla sulla lucente slide di "Everybody Knows That You're Insane", intensa e avvolgente.
A metà disco arrivano le due lunghe zampate decisive sotto forma di "Someone's In The Wolf" (oltre sette minuti) e "The Blood Is Love" (oltre 6), probabilmente il disegno più compiuto e articolato dell'intero lavoro.

I momenti "tranquilli" sono molti più del solito, soprattutto nella parte finale dove scorrono sornione "You've Got A Killer Scene There" (con Lanegan alla voce) e "Long Slow Goodbye", tutto sommato un degno epilogo.
I momenti "tranquilli" generano soprattutto la più bella e coinvolgente ballata mai scritta dai Queens Of The Stone Age, "I Never Came", accattivante quanto basta per il grande pubblico: non ci stupiremmo di vederla presto in heavy rotation su Mtv.
Non mancano i divertissement di "Little Sister" e "Broken Boz", pezzi che Homme è in grado di scrivere in pochi minuti di sana ispirazione.
Negli episodi più "noir" - "Burn The Witch", "Skin On Skin" - affiora invece la sensazione del "già sentito".
I riempitivi sono pochi, non più di due o tre, praticamente tutte le nuove canzoni sono di buon livello, ma lasciano la sensazione di dar vita a un onesto disco rock, niente di più.
"Lullabies To Paralyze" è un album discreto, però questa volta il proverbiale salto in avanti dei Queens non c'è stato: solo una conferma; ma da chi nel suo genere è stato il primo della classe ci si aspetta sempre qualcosa di più.