Rothko, nell'ormai esclusiva incarnazione di Mark Beazley,
esprime il suo essere nella forma di un minimalismo isolazionista di fine
fattura, deambulante in microstrutture statiche mancanti di una qualsivoglia
enfasi ritmica. E ciò che si scorge in "A Place Beetween", nuova collaborazione
tra il post-rocker albionico e Caroline Ross, delicata interprete dal sussurro
sensuale, già Delicate Awol.
Piccoli bozzetti per amori dissolti, una
tavolozza di colori pronti a delineare un delirio impressionista solo accennato,
un'ombra su tela, appena un contorno che chiede all'immaginazione di colmarne i
vuoti. La musica di "A Place Beetween" si mostra solo a tratti, gioca con la sua
incompiutezza, inscena rappresentazioni in teatri deserti, si compiace del suo
nascondersi e mostrarsi parsimoniosa. Presenza/assenza, pieno/vuoto sono questi
i concetti espressi dalla teoria musicale di Beazley, che trova applicazione in
un suono scheletrico ma avvolgente al contempo, guidato da eteree linee di basso
disturbate a tratti da riverberi che si materializzano improvvisamente, come
fantasmi.
Il lavoro si apre con "Trace Of Elements", come tuono che
squarcia la quiete, un segnale imperioso della tempesta imminente, e si chiude
con "Elements Of Traces", lamento recitato sulle rovine del paesaggio devastato;
in mezzo si compie la distruzione, con rumori languidi di cuori sanguinanti,
amanti in ginocchio, lacrime gocciolanti. Il canto della Ross riesce a essere
parte armoniosa dell'insieme, mai prevaricante, come in "Divided Lines", o in
"Light In A Dark Place", dove si manifesta sotto forma di recitato al servizio
del basso melodioso di Beazley.
Di converso, Robert Wyatt e Mark Hollis non mancano al
banchetto, pasteggiando volentieri tra le note di "Parts Per Million", e negli
oltre sette minuti di "The Nortern Lights Are Out", romantica alternanza di
brezze primaverili che si rincorrono in un dronico abisso senza fondo. Un suono,
quello di Rothko, che, pur sognante, resta saldamente ancorato alla corporeità,
all'essenza del suo manifestarsi, senza mai aspirare alla trascendenza, alla
nota che si dilata sino a tramutarsi in trasparente polvere di stelle. Solo la
magnifica "An Open Breath", di chiara scuola 4AD, ha l'ardire di rompere
l'incantesimo riuscendo a emergere da melmose sacche subsoniche e a librarsi
verso orizzonti di oscura solarità.
Per capire cos'è questo disco, vi
lascio alle parole di Paul Morley che in "Metapop" effettua un'analisi di "I Am
Sitting In A Room" di Alvin Lucier: "E' la rappresentazione musicale di una
filosofia personale, dimostrazione di riserbo e introspezione, ricerca solitaria
di una compagnia misteriosa, modo dimesso di capire in cosa credere e perché".


