La Svezia (o la Scandinavia, più in generale) dopo essere stata
la patria di black metal e garage
revival (nonché fucina dell'avant-jazz-rock del giro Rune Grammofon), è
diventata a tutti gli effetti uno dei covi più prosperosi del pop alternativo
contemporaneo. Band come Eggstone, Isolation Years, Reminder, e, più di recente,
Pluxus, Radio Dept., AK-Momo,
Concretes, Shout Out Louds e cantautori come Sondre Lerche, Dungen, Jens Lekman e Eric Malmberg hanno
cercato di svecchiare le convenzioni del rock melodico andando a ripescare le
intuizioni dei fondatori storici (da Spector a Dyke Parks, da Axelrod e Wilson a
Bacharach), pure rimescolandole secondo il dream-pop o il pop rumorista post-Jesus And Mary Chain.
I
nuovi arrivati, i Sambassadeur (formati nel 2003 presso un sobborgo di
Stoccolma, con un nome preso a prestito dalla Gainsbourg-iana "Les
Sambassadeurs", ndr), registrano due Cd-r e due Ep prima di dare alla luce un
album, omonimo, votato all'essenzialità di melodie tenere, chitarre sia
acustiche che vaporose e sognanti, qualche tocco di elettronica spicciola e un
vocalismo soffice. Attacca da subito con uno dei brani più riusciti dell'album,
"New Moon", una drum machine placida ma sostenuta, cori di chitarre e un bridge
che conduce a un chorus costituito unicamente dal semplicissimo fraseggio di
chitarra solista.
Si prosegue con tracce affini, quali il college-pop
smorzato di "One Last Remark" (con canto religioso ma pure memore di certi Pet Shop Boys), o gli scenari d'archi
sintetici a incorniciare gli Yo La
Tengo acustici di "In The Calm", o ancora le scattanti (ma piatterelle)
chitarre di "Whatever Season". Laddove il quartetto prova a tentare strade
appena più avventurose, diventa meno accattivante. In "Sense Of Sound" gli
intarsi luminescenti electro finiscono per fare il verso al Battiato filosofo techno-pop de "Gli
uccelli", "Ice & Snow" risulta quasi un'indebita rilettura di certe sonorità
Elephant6 (più che Sarah), solo passate al filtro dreamy più grossolano, e "If
Rain" una sorta di contraffazione di twee e pop romantico (Go-Betweens, Belle & Sebastian).
Quel che rimane ha in ogni caso il pregio di controbilanciare la
globalità dell'opera. La cover di "La Chanson De Prevert" (di nuovo Gainsbourg
ad aleggiare dall'alto), con un piglio vocale Brigitte Bardot-iano non
sfigurante, la piece dal sapore Saturday Looks Good To Me di "Still Life Ahead"
(con zone di feedback ma non meno gioiose), il lied finale à-la Magnetic Fields di "Posture
Of A Boy", e specialmente la catchy-tune di "Between The Lines" (invero la meno
sofisticata del lotto), sono tutti strumenti utili a costruire leggiadria
armonica senza pretese.
E' un disco gradevole, completamente depurato da
scossoni, sottolineature o rilievi in termini d'intensità stilistica. Le riprese
degli scenari di suono noise-pop sono stupende. La tastiera - quando c'è - è
abbarbicante, e Anna Persson, tra sospiri e afoni bisbigli, un rasserenante
approdo.


