I McLusky si formano nel ’98 nella ridente
cittadina di Welsh, Inghilterra, in qualità di power trio post-hardcore
obliquamente intellettualoide (oggi più che mai diremmo “indie”), tanto
sbarazzino quanto casinaro e sguaiato. Dopo aver cocciato con Mr. Albini (e la Too Pure), il sound
della band si fa meno ruvido e più diretto. N’esce, non a caso, il loro disco
migliore (“Do Dallas”; Too Pure, 2002). Quel che ne segue prende la piega del
prematuro decadimento (album mediocre e dissapori tra i membri), fino allo
scioglimento. Il bassista, Jon Chapple, non si perde d’animo; si converte alla
chitarra, chiama a sé nuovo batterista (Steve Morgan) e bassista (Simon
Alexander), fonda il progetto Shooting At Unarmed Men, e registra – di nuovo
sotto l’egida Too Pure – il primo Lp, “Soon There Will Be…”.
Le
sonorità non si discostano molto da quanto ascoltato con la sigla McLusky. Per
esempio, gli unisoni strappati che sfociano nel punk-screamo e in certe fiere
tenute Clash di “Impunity Rules”, o
nella marcetta basso-batteria con aperture Mission Of Burma più avventati di
“No-One Can Waltz”, indicano niente di nuovo sotto il sole. Piuttosto,
s’intravede una qualche nuova direzione nel Washington-sound scaltro e
spensierato, quasi giocoso (cori da osteria, amplificazioni irruente, bridge
strumentali) che fa capolino da “Four-Eyed McClayvie”.
“Taking Care Of
Business”, con andamento emo ma con piglio merseybeat, dopo nuove linee vocali
infuocate, prevede un’insolita chiusa in decrescendo (a ricordare quasi il
fugaziano “Red Medicine”), e “This Much Is A Lot” ha un riff call-and-response
in cui s’innesta il canto filtrato. “There’s A Reason It’s Called The Easy Way
Out”, forse il pezzo che dà senso all’opera, ha incedere solenne e sottotono
intervallato a esplosioni schizoidi Les Savy Fav, ma l’impressione generale è
che Chapple sia piuttosto alla ricerca di un velato compromesso con accorgimenti
modaioli (next big thing e limitrofi).
E’ un disco agile che cerca di
vendersi con metodi grossolani. Ci si ritrova col fiatone. Qualche cartuccia in
canna, canto sopra le righe, rozza punkitudine Wire era “Pink Flag”, produzione non
stancante, ma sparacchiata allegramente in una misera tracklist. La misteriosa
“Flying Buttress”, la performer di “This Much Is A Lot”, rimane (per sua stessa
volontà) non meglio identificata.
30/04/2026