Smog

A River Ain't Too Much Love

2005 (Domino/Drag City) | folk-country

Avete presente quelli che "se un disco non innova, è inutile"?
Quelli che se non sentono una linea di basso rivoluzionaria o un riff seminale si straniscono?
Beh, è difficile che costoro troveranno qualcosa da salvare nell'opera dodicesima di Bill Callahan aka Smog.
"A River Ain't Too Much Love", infatti, non si discosta granché dai precedenti capitoli della saga di questo trovatore lo-fi, cantore della solitudine e del disincanto.
Per chi invece fa della ricerca delle emozioni la ragion d'essere dell'ascoltare musica, non è irragionevole immaginare che qualche fremito possa arrivare anche dai solchi di questo canzoniere polveroso, che sembra uscito dalla soffitta di una vecchia fattoria texana.
Dieci istantanee color seppia, ingiallite nei ricordi di un'America mitica, stretta parente di quella narrata dalle penne "sudiste" di William Faulkner e Cormac McCarthy. Un'America antica e rurale, fatta di fiumi e di praterie, di pozzi e rocce, di ferrovie e canzoni davanti al fuoco.

Cronicamente affetto da mal di vivere, Callahan ha sempre preferito celarsi dietro surreali maschere di "loser", che fossero amanti traditi, strampalati cowboy, vecchi ubriachi, figli immersi in campane subacquee o perfino... Prince lasciato solo nel suo studio!
Stavolta, però, sembra aver scelto la resa dei conti con sé stesso, calandosi in una dimensione più personale e intimista, in un road movie tutto interiore. "Un viaggio nella pornografia del mio passato", secondo la sua singolare definizione.
Forse anche per questo, ha deciso di spogliarsi di ogni orpello orchestrale, lasciandosi accompagnare solo dalla sua chitarra, dal basso di Connie Lovatt e dalla batteria del grande Jim White (Dirty Three), con sporadici inserti di hammer dulcimer, violino e piano.
Quando l'alchimia funziona, sono brividi.

Basti anche solo l'ouverture, con il raggelante folk-blues di "Palimpsest": il baritono inquietante di Callahan si avvolge attorno allo scheletro di una chitarra acustica, declamando versi depressi, al limite dell'autoparodia: "Why's everybody looking at me/ Like there's something fundamentally wrong? ...Like a Southern bird, who's stayed North too long".
La mente corre al classicismo folk dei Lambchop, ma anche ai paesaggi spettrali delle "Songs Of Leonard Cohen".
Le spazzole di White, sfiorando i piatti e il rullante, delineano l'orizzonte di queste allucinazioni bucoliche.
Quando invece il drumming prende quota, prorompono inaspettati sussulti rock (la coda della ballata "Say Valley Maker", le fasi più concitate di "The Well", le spirali ritmiche a nervi tesi di "Let Me See The Colts").
Il climax emotivo del disco è però nel valzer di "Rock Bottom Riser", una redemption-song alla Cohen (o alla Cave ultima maniera), in cui lo scarno fingerpicking di Callahan accarezza una confessione a cuore aperto ("I love my mother/ I love my father/ I love my sisters too/ I bought my guitar/ To plead my love/ To pledge my love to you"), che si riscalda nelle cadenze sornione del drumming e si gonfia di melodia nelle magnifiche frasi di piano di Joanna Newsom, cantautrice di razza e compagna di etichetta di Smog.

Altrove, si dispiegano soprattutto le ombre di Johnny Cash e Willie Nelson (non a caso il disco è stato registrato nei Pedernales Studios di Spicewood, Texas, di proprietà di quest'ultimo).
Ecco allora la festicciola country-blues di "The Well", con il violino a contrappuntare le corde carezzevoli della chitarra e un refrain tra i più arrabbiati dell'intero repertorio-Smog ("fuck all y'all"), oppure il western al ralenti di "I'm New Here", quasi statuario nella sua austerità, o ancora la campfire song di "In The Pines" (traditional comunemente attribuito a Leadbelly), intonata da Callahan con inflessione fiabesca tra i ricami del violino e i fruscii delle percussioni.
Sono esercizi raffinati ma calligrafici, se non proprio scolastici, che denunciano un'ispirazione altalenante in fase di scrittura.
La classe, insomma, non riesce a dissipare la sensazione di un songwriting sempre più autoreferenziale e ormai pericolosamente prossimo al vicolo cieco.

I principali motivi d'interesse, oltre che dai brani citati in apertura, vengono dai testi, sempre curiosi, pungenti, densi di metafore e spunti filosofici: il fondo del pozzo come gli abissi dell'anima, il fiume che si gonfia e si asciuga assecondando le opposte stagioni dell'amore ma può essere anche letto di morte ("when the river dries/ will you bury me in wood"), la natura rigogliosa come specchio della fertilità dei sentimenti...
Più in generale, emerge il naturalismo quasi "mistico" di uno Smog nemico giurato della modernità e del suo tempo.
Dopo aver sfornato alcuni dei migliori album cantautorali degli ultimi quindici anni, Mr. Callahan comincia forse a mostrare qualche segno di appannamento, ma non ha certo fatto pace con sé stesso.
Ed è questo, in fondo, che fa ancora ben sperare.



  • Tracklist
  1. Palimpsest
  2. Say Valley Maker
  3. The Well
  4. Rock Bottom Riser
  5. I Feel Like The Mother Of The World
  6. In The Pines
  7. Drinking At The Dam
  8. Running The Loping
  9. I'm New Here
  10. Let Me See The Colts
Bill Callahan su OndaRock
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