Washington

A New Order Rising

2005 (Glitterhouse / Venus) | folk-pop

Ma che diavolo succede a Tromsø? Lassù tra i ghiacci norvegesi, 400 chilometri oltre il circolo polare artico, sembra che il gene della musica attecchisca con inaspettata facilità: Bel Canto, Biosphere, Royksopp, Alog, Aedena Cycle, Mental Overdrive (e anche Lene Marlin, via...) sono un bel bilancio per una cittadina di 50.000 anime, prossima ai confini del mondo e tagliata fuori dai principali snodi del pop-rock internazionale. Alla lista, ora, c'è da aggiungere un nuovo nome, quello dei giovani Washington: tre giovanotti di belle speranze che l'America, però, sembrano averla trovata soprattutto in Germania. E' grazie alla tedesca Glitterhouse, infatti, che il loro album d'esordio è riuscito, un anno dopo, a varcare i confini norvegesi, giungendo anche in Italia.

Intendiamoci subito: non è che i Nostri siano proprio la quintessenza dell'originalità. Più di un fantasma aleggia tra i solchi di "A New Order Rising", e talvolta (Jeff Buckley, Radiohead, Sigur Rós) assume contorni anche troppo ingombranti. Ma ai Washington va riconosciuta una discreta vena melodica, unita a una certa grazia nell'arrangiare le loro ballate folk-pop. Undici mini-piece per tastiere, harmonium, chitarre acustiche e batteria, permeate da una malinconia rarefatta da tramonti in Scandinavia.

La sacralità dell'organo sostenuta dall'incedere solenne della batteria fa da rompighiaccio introducendo la bella "Black Wine", la prima ninnananna di Rune Simonsen (voce e chitarra), sorta di Jeff Buckley dei fiordi, con un timbro possente e fragile al contempo, ma anche una pericolosa propensione al sentimentalismo mellifluo di marca Bellamy (Muse). Il suo canto fa un po' da baricentro al disco: quando si mantiene in equilibrio, è un valore aggiunto, quando eccede, lo fa sprofondare nella melassa.

Le tracce scorrono senza particolari sussulti, cullando dolcemente l'ascoltatore tra numeri acustici (le atmosfere da festa vintage di "Walking Man", l'avvolgente ballata di "Maker Of Time", con un Simonsen stavolta più Morrison-iano che si può) e bozzetti di un pop depresso stile primi Radiohead (o ultimi Coldplay, fate voi...), come la monotonamente yorkiana "Landslide", la romantica "Bluebird" e la sonnambula "Have You Ever", inframezzata da strati di mellotron. Un canovaccio da cui si smarcano essenzialmente due episodi: la quiete pastorale di "Hymn", con un angelico falsetto alla Birgisson (Sigur Ròs) tra grappoli di note tintinnanti, e la lunga digressione psych-pop di "A Long Poem About The Acts Of Heroes Or Gods", dall'inevitabile matrice floydiana, che immerge l'ascoltatore in una voluttuosa estasi polare.

Lars Lien, produttore dei Motorpsycho, aggiunge la giusta "confezione" a un lavoro gradevole, anche se lontano dalle vette dei suoi numi tutelari. Non sarà certo questo, insomma, il disco che potrà catalizzare l'attenzione del mondo sulla sua scena, ma lassù, intanto, c'è una Swingin' Tromsø che continua a brillare.

(15/06/2005)



  • Tracklist
  1. Black Wine
  2. Landslide
  3. Walking Man
  4. Have You Ever
  5. Bluebird
  6. Maker Of Time
  7. Riverrun By Night
  8. Hymn
  9. A Long Poem About Acts Of Heroes Or Gods
  10. Velvet Room
  11. My Sea
Washington on web


Questo sito utilizza cookie tecnici (propri o di terze parti) per monitorare l'esperienza di navigazione degli utenti
Cliccando sul pulsante Continua si autorizza l'utilizzo dei cookie su questo sito. Clicca qui per avere ulteriori informazioni sui cookie.