Xiu Xiu

La Foret

2005 (Aquarela) | avant-rock

Quarto capitolo sulla lunga distanza, "La Foret", ed evidentemente i fantasmi che assediano la mente di Jamie Stewart non sono stati ancora esorcizzati, se è vero che l’album è una nuova discesa agli inferi.
Fa male l'ascolto dei dischi di Xiu Xiu. È quella sorta di transfert psicologico per il quale i tormenti, le sofferenze, le disperazioni dell'artista vengono traslate sull'ascoltatore, su un'esperienza di fruizione che diviene totalizzante, quasi insostenibile nel suo essere attivamente coinvolta nello svolgimento della performance artistica.

"La Foret" è liposuzione dei tessuti connettivi del blues e ripresentazione in una mimesi estremamente stilizzata, involuta, l'unica possibile in questi 2000 dominati dall'estetica digitale, da innocue forme affusolate che nascondono le sostanze, da modelli culturali che istupidiscono.
Jamie ci riporta ancora una volta alla primigenie del gesto artistico, alla assoluta sincerità del suo essere medium di un sentire intimo. Ciò, pur utilizzando delle forme che evidenziano l'indissolubile legame con i tempi di cui egli è figlio.

E allora via con i synth, l'elettronica, le chitarre che recuperano un briciolo di umanità nel presente disumanizzato, con suoni che scorrono veloci e nevrotici, come il paesaggio metropolitano durante l'ora di punta, con pause e lenti a richiamare la volontà di fermarsi e riflettere, pur nella frenesia dell'esistere altrui che ci sfiora. E Jamie che urla e si dimena incompreso ("Muppet Face"), che riferisce istinti di morte e desolazione ("Pox"), che rende la sua personale interpretazione dell'estetica del rumore ("Saturn") di Wolf Eyes, Masonna, di terro(rumo)risti vecchi e nuovi che suonano il più forte possibile come a volersi isolare, in posizione fetale, a rifiutare il degradato e menzognero corteggiamento della società a "una dimensione".

Via verso la seconda parte, più riflessiva, quasi introversa con la filastrocca "Baby Captain" a fungere da spartiacque, con "Rose Of Sharon", messa cantata da un predicatore invasato, con le sincopi industriali di "Yellow Raspberry" a chiudere l'ennesimo atto di dolore.

Questo cd è stato recensito in ritardo rispetto all'uscita per motivi che non vi sto a spiegare. Ma è stato un piacere tornarvici su dopo quasi un anno, anche per constatare che il tempo trascorso non ne ha intaccato la bellezza.
Ascoltatelo in strada, tra la folla, negli scenari disumananizza(n)ti delle grandi metropoli e vi sembrerà di essere la sola carne viva tra strutture inani di plastica e metallo.

(14/01/2012)

  • Tracklist
  1. Clover
  2. Muppet Face
  3. Mousey Toy
  4. Pox
  5. Baby Captain
  6. Saturn
  7. Rose Of Sharon (Grey Ghost Version)
  8. Ale
  9. Bog People
  10. Dangerous You Shouldn't Be There
  11. Yellow Raspberry
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