Audioslave

Revelations

2006 (Epic / Interscope) | hard rock

E’ di una tristezza infinita trovarsi al cospetto di cotanto ben di dio e non riuscire a cavare un ragno dal buco. Una voce fra quelle che abbiamo amato di più negli ultimi vent’anni, più tre quarti di un combo che faceva del crossover e dell’essere contro il motivo di esistere, non sono più sufficienti a produrre qualcosa non dico di emozionante, ma neanche di vagamente interessante, qualcosa per la quale valga la pena spendere una manciata di euro.

I fan dei Rage Against The Machine continueranno a storcere il naso e ad attendere il debutto solista di Zack De La Rocha (se mai ci sarà), quelli dei Soundgarden si leniranno le ferite ascoltando una voce (quella di Cornell) che richiama alla mente entusiasmi giovanili mai sopiti.

 

“Revelations” è il disco più duro dei tre partoriti finora dagli Audioslave, quello con meno ballate (anche se qui spicca “Until We Fall”), il più monolitico, peccato che gli assoli di Tom Morello siano sempre più banali, nonostante si diverta a sperimentare diversi effetti applicati alle sue chitarre (ma a ben sentire sono sempre le stesse cose che prova e riprova da anni).

Il disco esce poco a più di un anno dal precedente “Out Of Exile”, vicinanza temporale che va a costituire una vera eccezione di questi tempi, ma purtroppo le idee ristagnano e soltanto poche tracce possono essere ritenute all’altezza della situazione, con qualche sparuta nota positiva.

Appare chiaro quanto gli equilibri siano sbilanciati in favore di Cornell, nel senso che il risultato finale è molto più prossimo alle atmosfere Soundgarden che non a quelle R.A.T.M., con l’aggravante che il fuoco che animava i protagonisti della scena grunge è spento da tempo e quell’urgenza di gridare al mondo il proprio malessere si è stemperata con l’età, trasformata magari in disillusione

 

In “Revelations” i conti non tornano per davvero: basti gettare un ascolto anche distratto ad “Original Fire”, il primo singolo estratto, il quale dimostra di non possedere né la forza né la brillantezza degli omologhi del passato, in particolare di “Cochise” che resta il miglior brano prodotto dal supergruppo americano. In “Wide Awake” c’è un ritorno a testi più barricadieri, con l’ennesima invettiva anti Bush, ma è solo un episodio senza seguito.

Le canzoni sono ben costruite, ma dai signori coinvolti nel progetto è lecito aspettarsi molto di più: parliamo di musicisti che hanno contribuito a sovvertire i canoni della musica rock degli ultimi decenni, non possono limitarsi di eseguire un compitino pulito ed elementare, ed i loro fan non possono accontentarsi di un risultato simile.

In “One And The Same” compare addirittura il celebre wha wha che fece la fortuna di “Bulls On Parade”, ma è poco per risollevare le sorti dell’album; meglio quando Chris sfodera tutte le proprie intatte capacità vocali, come nel caso di “Jewel Of The Summertime”. Un tocco di profondità arriva con “Moth” ma siamo giusto alla fine ed ormai i valori in campo sono delineati.

 

Poco ha potuto aggiungere il tocco da supervisor di Brendan O’Brien, già produttore per Springsteen, Neil Young e Pearl Jam, in passato dietro il banco di regia per il classico “Superunknown”.

A questo punto non ci resta che sperare in un nuovo disco solista di Chris Cornell (voci di corridoio lo danno per molto probabile) che potrebbe rappresentare l’anticamera dello scioglimento di questi oramai completamente inutili Audioslave. Sarà pur stata un’avventura vantaggiosa per le tasche dei protagonisti, ma artisticamente non ha aggiunto nulla a quanto di buono conoscevamo sul loro conto. Anzi, se andassero avanti potrebbero farci ricredere a tal punto da supporre una loro sopravvalutazione. Che il riferimento all’ultimo libro della Bibbia sia profetico di una prossima fine?

(06/05/2013)

  • Tracklist
  1. Revelations
  2. One And The Same
  3. Sound Of A Gun
  4. Until We Fall
  5. Original Fire
  6. Broken City
  7. Somedays
  8. Shape Of Things To Come
  9. Jewel Of The Summertime
  10. Wide Awake
  11. Nothing Left To Say But Goodbye
  12. Moth


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