Jessica Bailiff

Feels Like Home

2006 (Kranky) | alt-folk

A quattro anni dall’ottimo album omonimo del 2002, torna il folk in punta di piedi di Jessica Bailiff.
Niente clamori anche stavolta, per l’aggraziata damigella di Toledo (Ohio). Solo il consueto fascino di una chanteuse fuori dal tempo, che ammalia con le sue impalpabili carezze acustiche, figlie d’un improbabile incrocio tra Nick Drake e la slo-core generation (Alan Sparhawk dei Low è anche il suo padrino artistico).

Musica di chiaroscuri e dissolvenze, dunque, in cui baluginano gli spettri di un animo romanticamente inquieto.
“Feels Like Home” non è un disco rivoluzionario, ma può fungere da perfetta sintesi della parabola artistica di Bailiff. Solita impalcatura consolidata: vocalizzi diafani, supportati da droni e ricami di chitarra acustica, ai quali si sovrappongono di tanto in tanto synth, piano, archi e percussioni.
L’approccio folk, però, ha preso il sopravvento, riducendo al minimo orpelli ed effetti digitali dei precedenti lavori (anche quelli a nome Clear Horizon, in compagnia di David Pearce dei Flying Saucer Attack). Bailiff ha inoltre acquistato una notevole sicurezza come cantante, al punto che la sua voce è divenuta ormai elemento centrale dei brani: sa cavalcare i tumulti della passione (“Evidence”) ma anche assottigliarsi, fino a ridursi a puro bisbiglio angelico (“What's Inside Your Mind?”), pur senza raggiungere l'afflato celestiale di una Enya o di una Elizabeth Fraser.

Sono i rintocchi di un piano polveroso a introdurre la prima “visione”, quella “What's Inside Your Mind?” che induce subito un effetto di trasognamento e oblio, con i suoi cori stranianti e i ghirigori febbrili della chitarra. La successiva ninnananna di “We Were Once”, poggiata su un tappeto di arpeggi, mostra i due volti di Bailiff: quello lineare, nel ritornello quasi “pop”, e quello eccentrico, negli arrangiamenti e nell’inaspettata coda strumentale.
Il senso di magia arcaica à-la Vashti Bunyan che aleggia in tutto il disco pervade episodi di felice melodismo, come “Lakeside Blues”, una stupenda litania medievale, impregnata tuttavia di aromi hippie-folk, nei suoni e nei versi (“Body of water/ You and me/ We sing/ We swim”); e ancora “Pressing”, salmodia dal respiro solenne cadenzata sulle corde della chitarra, la radiosa “Brother La”, tutta giocata sugli incastri vocali, e “Spiral Dream”, piece onirica cantilenata in puro stile dream-pop, su nuvole d’effetti ambientali, field recording (tra cui un recitato in russo) e grappoli di voci.
In madrigali scheletrici come “Persuasion” o “With You”, il sound si fa a tratti così esangue da rasentare la stasi.
Eppure basta uno squillo, un rintocco, un fremito degli archi ad accendere il pathos. Lo strumentale di “Cinq”, invece, si ricollega alla rarefazioni elettroniche degli esordi, lasciando galleggiare una bella sonata di piano su un vortice di droni e distorsioni; ma è “If We Could” a spingersi ulteriormente in territori post-shoegazer, innalzando un muro di distorsioni e rumori da capogiro.

Mezz’ora di songwriting limpido e inafferrabile, rinchiuso in un bozzolo d'imperscrutabile femminilità.
A differenza di tante sue colleghe, Jessica Bailiff non è mossa da frenesie narrative, non ha fretta di dire tutto e subito. Il suo è un mondo in penombra, da scoprire nel tempo, con pazienza e dedizione.
Ma forse è proprio questo il segreto del suo fascino.

(20/07/2006)



  • Tracklist
  1. What's Inside Your Mind?
  2. We Were Once
  3. Lakeside Blues
  4. Brother La
  5. Persuasion
  6. Cinq
  7. Spiral Dream
  8. Evidence
  9. Pressing
  10. If We Could
  11. With You
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