Bonnie Prince Billy

The Letting Go

2006 (Drag City) | folk, songwriter

Per chi ascolta abitualmente una grossa mole di dischi viene piuttosto immediato e naturale attuare una comparazione qualitativa fra i vari lavori, a maggior ragione se autore di essi è uno stesso artista. La cosa, poi, sembra anche risultare doverosa quando ci si accinge a scriverne.
Ecco, Bonnie "Prince" Billy fa di tutto per sottrarsi al trattamento base e fartelo sembrare una cosa molto stupida.
Will Oldham è diventato talmente bravo che, per i suoi dischi principali, ormai s'è persa quella sorta di attesa critica, di aspettativa tremolante, di paura che qualcosa vada storto. E' uno dei pochi casi in cui sai già quel che arriverà, e non perchè le sue composizioni siano simili: semplicemente perchè sai già che il risultato sarà delizia. Tu ti piazzi lì, e lei, puntalissima, ti attraverserà.

Capirete perchè non riesco a trovare alcun senso nel dire se questo "The Letting Go" sia meglio o peggio di, che so, "Master and Everyone". Il barbuto non permette certi giochetti, e io piego il capo. Meglio parlar d'altro, meglio parlare di perchè è davvero difficile, e anche un po' da coglioni, fare a meno anche di quest'ultimo disco.

Registrato in Islanda, mare, montagna e riflessi di sole in copertina, archi, tanti archi, amore e morte che si fondono a mezzo di una delle voci più toccanti di sempre, gli splendidi contrappunti di Dawn McCarthy, emozioni che fluttuano sugli arpeggi di chitarra. Impossibile rimanere impassibili.
Oldham comincia con la cartuccia migliore, "Love Comes to Me", innamorandosi e innamorando, qualche colpo di tamburo (Jim White, maestro sublime, alle pelli) a far capire che anche l'arrangiamento più stupido deve essere funzionale alla sensazione, testo e musica a realizzare meravigia e rapimento ("When the numbers get too high/ Of the dead flying through the sky/ Oh, I don't know why/ Love comes to me"). Un abisso di dolcezza, il manifesto del disco.

A contribuire al disegno sono le soluzioni strumentali oltre alle melodie: lo testimonia l'introversa "Strange Form of Life", squarciata dalla salita di un'acustica, a sostituzione dell'inciso, a donare epos (specie nel finale in crescendo) ad un pezzo che ciondola fra dolenza e passione.
"Wai" è invece una carezza che riprende la strada del romanticismo, forse spingendosi un tantino troppo oltre. "Cursed Sleep", altro fra gli episodi migliori, invece torna a giocare sulla fusione di opposti, recitazione accorata a metà strada fra sole (gli archi) e noir (la voce), mantenuta sospesa nell'aria dalle folate di violini.
L'idea migliore di Oldham, nella costruzione di "The Letting Go", è però quella di farsi affiancare costantemente dalla bravissima McCarthy (co-titolare del progetto Faun Fables), una Joni Mitchell dedita a vestire i panni di Chan Marshall, capace di aggiungere un contributo di dolcezza e condivisione non indifferente, senza peraltro mai cadere nello zuccheroso, ideale nei contrappunti come nei duetti, come testimonia la bella "Lay and Love".

Gli highlights però non sono ancora terminati. Manca ancora il ritorno agli inferi, "The Seedling", discesa degna di Nick Cave, violini a girare arroventati e spinte di elettrica, tono e aria apocalittica, McCarthy nei panni dei dannati.
Manca la splendida "I Called You Back", chiusura perfetta tanto da competere con l'entrata, ballata classica, note di piano e colori di fiati.
E manca la sua coda. Già perchè quando anche tutto pare finito non tutto tace. Dopo qualche minuto di pausa parte una bonus track, fra spazzolate di chitarra e batteria, paesaggio vagamente jazzy, esperimento che vaga fra sussulti d'emozione.

Ciò che rimane del disco è qualche riempitivo, comunque ben calibrato, come il country-blues ubriaco di "Cold&Wet" o la ninna nanna di "Big Friday", e qualche brano in cui l'ambizione sale, pur senza toccare apici: come in "Bad News", con il suo passo teso e guerriero, rotto da un finale pastorale e fischiettato ("hey, little bird, thank you for now") e "Then the Letting Go", pervasa da un lirismo medievale.
Pause (o supposte tali) fisiologiche, che bene si incastonano con il grosso, evitando che arrivino momenti di troppa stasi emotiva.

Sì, Oldham ci ha rapiti ancora una volta, e c'era da metterlo in conto. Ed è bello due volte vederlo così appassionato e romantico, così ispirato, anche dalla luce, una volta tanto.
Allora, che cosa aspettate, siete ancora qui?

(08/10/2006)

  • Tracklist
  1. Love Comes to Me
  2. Strange Form of Life
  3. Wai
  4. Cursed Sleep
  5. No Bad News
  6. Cold & Wet
  7. Big Friday
  8. Lay and Love
  9. The Seedling
  10. Then The Letting Go
  11. God's Small Song
  12. I Called You Back
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